13 Giugno 2026, 4:47
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Antonio Spanevello: «Il futuro della pneumologia è la ricerca traslazionale»

di Annarita Cacciamani
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Dalla cura della BPCO — la malattia che ostruisce le vie respiratorie — alle nuove frontiere del Long Covid: Antonio Spanevello, direttore dei programmi scientifici della Fondazione Salvatore Maugeri, racconta il ruolo della ricerca clinica e le sfide della medicina respiratoria oggi.

Il panorama della medicina del respiro sta vivendo una fase di trasformazione, spinta dalla necessità di risposte rapide a patologie emergenti e malattie croniche sempre più diffuse. In questa intervista Antonio Spanevello, pneumologo, docente universitario e direttore dei programmi scientifici della Fondazione Salvatore Maugeri, oltre che direttore della pneumologia riabilitativa dell’IRCCS Maugeri Tradate, delinea le traiettorie della ricerca clinica contemporanea. In un contesto caratterizzato da nuove patologie emergenti e dalla necessità di una prevenzione sempre più mirata, il ruolo degli IRCCS diventa cruciale per colmare il divario tra laboratorio e corsia. Attraverso l’integrazione di tecnologie avanzate, intelligenza artificiale e un approccio multidisciplinare, l’obiettivo resta quello di garantire ai pazienti una qualità della vita superiore e cure personalizzate, basate su evidenze scientifiche d’avanguardia.

Quali sono state le principali tappe della sua carriera?

Ho iniziato la mia attività come specialista in malattie dell’apparato respiratorio lavorando all’IRCCS Maugeri Tradate, in provincia di Varese. Dopo i primi anni di attività clinica ho trascorso circa un anno, un anno e mezzo, a Londra per un periodo di ricerca. Al rientro in Italia ho continuato a lavorare negli istituti Maugeri, in varie località, mantenendo sempre un ruolo clinico. In parallelo ho iniziato anche il mio percorso accademico. Dal 2005 ho avviato la carriera universitaria, all’Università dell’Insubria, a Varese, continuando comunque a svolgere l’attività clinica all’IRCCS Maugeri Tradate.

Nel tempo il mio lavoro si è quindi articolato su più livelli: da un lato l’attività clinica con i pazienti, dall’altro quella universitaria e, più recentemente, anche un ruolo di coordinamento scientifico all’interno della Fondazione Salvatore Maugeri. Questa integrazione tra pratica clinica, ricerca e formazione rappresenta ancora oggi il filo conduttore del mio percorso professionale.

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foto di un laboratorio di ricerca di Maugeri

Di cosa si occupa come direttore dei programmi scientifici della Fondazione Salvatore Maugeri?

La Fondazione svolge principalmente due funzioni. La prima riguarda il finanziamento delle attività di ricerca. Partecipiamo a bandi competitivi come Fondazione, se il bando viene vinto, i progetti vengono poi sviluppati prevalentemente all’interno degli IRCCS Maugeri, che rappresentano la nostra struttura di ricerca.

La seconda funzione è quella di promuovere iniziative scientifiche e sanitarie. All’interno della Fondazione, ad esempio, è attivo un centro di collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità dedicato all’epidemiologia della tubercolosi nel mondo.

Le attività di ricerca dei 9 IRCCS Maugeri sono organizzate in quattro linee principali, validate dal Ministero della Salute: cardiologia e cardioangiologia riabilitativa, pneumologia riabilitativa, neuroriabilitazione e medicina del lavoro e medicina specialistica.

Ci può illustrare i contenuti principali del progetto Eclipse?

Il progetto nasce dalle attività di ricerca sviluppate dopo la pandemia di Covid-19. Ho partecipato a una task force europea dedicata al cosiddetto Long Covid, cioè alla persistenza di sintomi dopo l’infezione.

Il problema è che oggi molte persone attribuiscono diversi disturbi al Covid senza che sia sempre possibile dimostrare un legame reale. Mancano infatti biomarcatori specifici che consentano di stabilire con certezza se una determinata sintomatologia sia effettivamente legata all’infezione virale. I sintomi più frequentemente riferiti sono di tipo cardiorespiratorio, soprattutto respiratorio, oppure gastrointestinale.

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foto di un laboratorio di ricerca di Maugeri

L’idea del progetto è quindi quella di studiare lo stato immunitario dell’intestino, che rappresenta un grande serbatoio di virus e un sistema immunitario molto complesso. Lo studio prevede l’analisi di materiale biologico ottenuto sia attraverso campioni di sangue sia tramite campioni intestinali raccolti con colonscopia. Su questi materiali verranno effettuate analisi di epigenetica (branca della biologia che studia come i comportamenti e l’ambiente influenzano il funzionamento dei geni, “accendendoli” o “spegnendoli” senza modificare la sequenza del DNA) e studi sulle cellule del sistema immunitario, in particolare sui linfociti.

L’obiettivo è individuare biomarcatori che possano indicare se esiste un’alterazione del sistema immunitario legata all’infezione da Covid e se questa alterazione possa spiegare i sintomi persistenti. I dati biologici verranno poi correlati con le manifestazioni cliniche dei pazienti. In questa fase potranno essere utilizzati anche modelli di machine learning per individuare possibili correlazioni tra i dati biologici e i sintomi. Se riuscissimo a identificare biomarcatori specifici, in futuro sarebbe possibile sviluppare terapie più mirate, mentre oggi spesso si ricorre soltanto a trattamenti sintomatici.

Quali sono oggi le malattie polmonari più diffuse? Ci sono comportamenti che possono aiutare a prevenirle? Che influenza hanno i fattori ambientali?

Le malattie respiratorie con maggiore impatto epidemiologico oggi sono principalmente due: la broncopneumopatia cronica ostruttiva, nota come BPCO, e l’asma bronchiale.

La BPCO comprende due condizioni principali, la bronchite cronica e l’enfisema, che rappresentano due manifestazioni della stessa patologia. La causa principale è il fumo di sigaretta, che è anche il principale fattore di rischio per il tumore del polmone. I sintomi più caratteristici sono la mancanza di respiro, soprattutto durante lo sforzo, e le riacutizzazioni frequenti, cioè episodi di bronchite che peggiorano temporaneamente la malattia. Negli ultimi vent’anni sono stati fatti importanti progressi nelle terapie, soprattutto grazie ai farmaci inalatori. Oggi si tende a utilizzare dispositivi che contengono tre molecole nello stesso inalatore, in modo da facilitare l’aderenza alla terapia da parte dei pazienti. Per prevenire e gestire queste patologie è fondamentale smettere di fumare, vaccinarsi e seguire correttamente le terapie prescritte. Per i pazienti con malattie respiratorie sono particolarmente importanti tre vaccinazioni: quella antinfluenzale, quella contro il Covid e quella antipneumococcica, che riducono significativamente il rischio di riacutizzazioni. Negli ultimi anni si sta osservando anche un aumento dei casi di BPCO tra i non fumatori. Questo fenomeno richiama l’attenzione sull’importanza dei fattori ambientali.

Per quanto riguarda l’asma, oggi esistono terapie biologiche molto efficaci soprattutto nei casi più gravi. Alcuni pazienti che hanno sofferto per anni possono ottenere miglioramenti molto significativi nel giro di pochi mesi grazie a questi trattamenti. Un altro elemento fondamentale nella gestione delle malattie respiratorie croniche è la riabilitazione respiratoria. Non si tratta semplicemente di ginnastica respiratoria, ma di un vero e proprio riallenamento allo sforzo che consente ai pazienti di migliorare la capacità funzionale e di stabilizzare la malattia.

foto di un laboratorio di ricerca di Maugeri

Che ruolo hanno tecnologia e intelligenza artificiale nel suo lavoro?

La tecnologia ha un ruolo molto importante nella pratica clinica. In pneumologia utilizziamo numerosi strumenti diagnostici, come la spirometria, la pletismografia, gli esami di diffusione, l’emogasanalisi, l’ecografia polmonare, la broncoscopia e le indagini radiologiche come la TAC toracica. Come docente universitario ricordo però sempre agli studenti che la prima cosa da fare è ascoltare il paziente. Nella mia prima lezione insisto molto sull’importanza dell’anamnesi: dedicare tempo a raccogliere i sintomi, le abitudini di vita, la familiarità e l’attività lavorativa del paziente è fondamentale. In molti casi una buona storia clinica permette già di orientare la diagnosi.

Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, oggi può essere molto utile soprattutto nella ricerca scientifica e nell’analisi delle banche dati. Permette, ad esempio, di individuare rapidamente articoli scientifici o casi clinici rari pubblicati anche molti anni prima.

Quali obiettivi si pone con la sua attività di ricerca?

Il mio obiettivo principale è fare ricerca clinica che abbia un impatto reale sui pazienti. Esistono due grandi modalità di ricerca. La prima è quella degli studi controllati, nei quali si confronta un gruppo di pazienti trattato con un farmaco o una tecnica con un gruppo di controllo che non riceve lo stesso trattamento. Questo tipo di ricerca è fondamentale per dimostrare l’efficacia di una terapia.

La seconda modalità è rappresentata dagli studi cosiddetti real life, cioè studi condotti nella pratica clinica quotidiana su popolazioni più ampie. Questi studi permettono di capire se i risultati ottenuti nei trial controllati si confermano anche nella vita reale.

Entrambi gli approcci sono necessari. Senza studi controllati, ad esempio, un farmaco non può essere approvato. Ma una volta che il farmaco entra nella pratica clinica è importante valutarne l’efficacia nella vita reale. Negli IRCCS Maugeri, la nostra missione è fare ricerca traslazionale, cioè una ricerca che abbia un impatto diretto sulla pratica clinica. L’obiettivo finale è sempre trasferire le conoscenze scientifiche alla cura dei pazienti.

 

Annarita Cacciamani

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