Una malattia globale, ma con opportunità di cura ancora profondamente diseguali: tra innovazione scientifica e accesso alle terapie, la sfida della drepanocitosi resta aperta.
La drepanocitosi è oggi una delle sfide più complesse e, allo stesso tempo, più emblematiche della medicina globale: una malattia genetica diffusa, ma ancora segnata da profonde disuguaglianze nell’accesso alla diagnosi e alle cure. In questo contesto si inserisce il lavoro di Raffaella Colombatti, medico specialista in Pediatria e referente presso l’Azienda Ospedale-Università di Padova, da anni impegnata nella ricerca clinica e nell’assistenza ai bambini affetti da patologie ematologiche, con un focus particolare proprio sulla drepanocitosi. Nel corso della sua carriera ha sviluppato un’importante attività scientifica, contribuendo a migliorare la comprensione della malattia e dei suoi esiti clinici, in Italia e nei contesti internazionali. Il suo lavoro si è esteso anche a programmi di cooperazione in Paesi a risorse limitate, dove la drepanocitosi rappresenta una delle principali cause di mortalità infantile. Health Stories ha avuto l’occasione di intervistarla in occasione del Congresso Nazionale AIEOP (Associazione Italiana di Ematologia e Oncologia Pediatrica).
Cosa l’ha spinta a dedicarsi alla ricerca in questo particolare ambito?
Il mio percorso nella drepanocitosi nasce da una serie di esperienze che, nel tempo, si sono intrecciate. Già al liceo una conferenza del professor Lucio Luzzatto sulle emoglobinopatie aveva lasciato un segno. Durante la specializzazione, poi, ho lavorato in Guinea Bissau, dove ho visto da vicino l’impatto devastante delle anemie nei contesti a basse risorse. Negli stessi anni, a Padova, seguivo pazienti in oncoematologia pediatrica. All’inizio degli anni 2000, con l’aumento dei casi di drepanocitosi nel nostro centro, ho scelto di contribuire a costruire un percorso dedicato.
Da allora mi colpisce un paradosso: è una delle malattie genetiche più diffuse al mondo, ma resta ancora oggi sottodiagnosticata e sotto-trattata. In molti Paesi a basso reddito, soprattutto in Africa subsahariana, moltissimi bambini (50-90%) muoiono senza una diagnosi, mentre nei Paesi ad alto reddito la malattia è diventata gestibile grazie a screening e terapie efficaci. Anche qui, però, le criticità non mancano, dalla qualità di vita alla transizione all’età adulta, fino alla mancanza di uno screening neonatale universale in Italia, unico paese europeo insieme all’Irlanda a non averlo. Quello che mi motiva è la convinzione che possiamo fare di più. Oggi abbiamo strumenti diagnostici accessibili, terapie consolidate e nuove prospettive, anche curative. La sfida è trasformare queste possibilità in accesso reale alle cure. Per questo la ricerca, in questo ambito, non è solo scienza: è anche equità, costruzione di modelli di cura e connessione tra conoscenza e pratica clinica.

Cosa è la SCD e quali sono oggi i principali bisogni ancora insoddisfatti dei pazienti pediatrici?
La drepanocitosi, o Sickle Cell Disease (SCD), è un gruppo di malattie genetiche del globulo rosso causate da mutazioni della beta-globina. I globuli rossi assumono una forma “a falce”, ostacolano il flusso sanguigno e provocano danni a diversi organi. Le manifestazioni iniziano nei primi mesi di vita e comprendono complicanze acute, come crisi dolorose, infezioni o ictus, e danni cronici progressivi. L’impatto sulla qualità di vita è molto elevato, spesso paragonabile a quello di altre patologie croniche gravi. I bisogni insoddisfatti restano profondi e diseguali tra i diversi contesti.
Proprio recentemente è stato pubblicato su “The Lancet” un Invited Seminar sulla SCD di cui sono autrice— a cui rimando per una trattazione completa (https://authors.elsevier.com/a/1mlqLV-4XSk4y). Il primo è l’accesso alla diagnosi precoce: nei Paesi a basso reddito, meno del 5% dei bambini riceve una diagnosi nel primo anno di vita. Anche terapie efficaci e accessibili, come l’idrossiurea, restano ancora poco utilizzate a livello globale. Le nuove terapie sono in sviluppo, ma l’accesso è limitato, mentre quelle curative — come il trapianto o le terapie geniche — sono ancora fuori portata per la maggior parte dei pazienti. Restano inoltre criticità nella gestione del dolore, nell’impatto psicosociale e nella transizione all’età adulta, una fase particolarmente fragile. Affrontare queste sfide richiede un approccio integrato: screening neonatale, modelli di cura multidisciplinari e politiche sanitarie orientate all’equità. In questo senso, la drepanocitosi è anche un indicatore della capacità dei sistemi sanitari di garantire accesso reale alle cure.
Quali progressi o risultati significativi ha presentato nel Suo intervento al Congresso AIEOP?
Nel mio intervento al Congresso AIEOP 2025 ho presentato i progressi più recenti nel trattamento della drepanocitosi pediatrica, concentrandomi sugli attivatori del piruvato chinasi eritrocitaria (PKR), tra le strategie più promettenti degli ultimi anni. Si tratta di una nuova classe di farmaci che agisce come un “acceleratore di energia” per i globuli rossi, rendendoli più stabili e resistenti alla deformazione a falce.
Ho però voluto partire dal contesto: il rinnovato interesse della ricerca è stato accompagnato anche da battute d’arresto, come il ritiro di crizanlizumab e voxelotor. Un passaggio che ci ha insegnato quanto sia fondamentale misurare risultati clinici concreti — riduzione delle crisi, delle ospedalizzazioni e miglioramento della qualità di vita — oltre ai semplici indicatori biologici. In questo scenario, gli attivatori PKR mostrano un profilo particolarmente interessante. Ho presentato i dati su mitapivat, che ha dimostrato un miglioramento significativo dell’emoglobina e una riduzione fino al 70% delle crisi vaso-occlusive, con un buon profilo di sicurezza confermato anche negli studi di fase 3. Allo stesso modo, etavopivat ha evidenziato una riduzione delle crisi e un aumento stabile dell’emoglobina, con il vantaggio di una somministrazione orale quotidiana. Particolare attenzione è stata dedicata agli studi pediatrici, inclusi quelli sulla prevenzione dello stroke, che potrebbero offrire alternative meno invasive alle trasfusioni croniche. Nel complesso, ciò che rende questa classe di farmaci promettente è la combinazione tra efficacia, sicurezza, facilità di somministrazione e attenzione a esiti clinicamente rilevanti: un approccio più solido e concreto rispetto al passato.

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Come valuta l’attuale stato dei programmi di sviluppo clinico dedicati alla SCD e quali prospettive intravede per il prossimo futuro? Quali sono le prospettive future per la ricerca e il trattamento della drepanocitosi?
Il prossimo decennio sarà decisivo, con prospettive al tempo stesso promettenti e complesse. Sul fronte terapeutico, gli attivatori della PKR sono in attesa dei dati definitivi di fase 3 e delle valutazioni regolatorie, con particolare attenzione ai programmi pediatrici e alla prevenzione dello stroke. Le terapie geniche rappresentano un traguardo straordinario, ma restano oggi accessibili a pochi: le future evoluzioni punteranno a ridurre costi e complessità, rendendole più scalabili. Parallelamente, è fondamentale ottimizzare i trattamenti già disponibili, migliorando l’uso dell’idrossiurea, l’aderenza terapeutica e l’accesso nei contesti a basse risorse, oltre a rafforzare la sicurezza delle trasfusioni. Un nodo centrale è la prevenzione del danno d’organo, che inizia precocemente: servono screening più sistematici, biomarcatori predittivi e approcci di medicina di precisione.
La vera sfida, però, non è solo scientifica ma di implementazione: sviluppare terapie efficaci non basta, bisogna garantire che arrivino a tutti. Questo significa modelli di cura strutturati e multidisciplinari nei Paesi ad alto reddito, e soluzioni più flessibili e integrate nei contesti a risorse limitate. La mia visione è che il prossimo decennio possa trasformare la drepanocitosi da una malattia storicamente trascurata a un modello di come la medicina moderna sappia rispondere con rigore scientifico ed equità globale. Abbiamo gli strumenti. Quello che serve ora è la volontà — scientifica, regolatoria, politica — di metterli davvero al servizio di tutti i pazienti, ovunque nel mondo: per i pazienti, ma anche con loro.
Quali strategie potrebbero favorire una maggiore equità di accesso alle nuove terapie per i bambini affetti da questa patologia?
Questa è forse la domanda più importante, perché tocca il cuore del paradosso della drepanocitosi: una malattia diffusa soprattutto nei Paesi a basso-medio reddito, mentre risorse e ricerca restano concentrate dove è più rara. Ridurre queste disuguaglianze richiede un approccio multilivello. A livello globale, la priorità resta la diagnosi precoce: oggi meno del 5% dei neonati nei Paesi ad alta prevalenza viene diagnosticato nel primo anno di vita. Senza diagnosi non c’è accesso alle cure, nemmeno all’idrossiurea, che è efficace e a basso costo ma ancora poco utilizzata. Servono quindi screening neonatali accessibili, modelli di cura decentralizzati, integrazione con i programmi materno-infantili e maggiore inclusione dei Paesi più colpiti nei trial clinici. Le terapie curative, pur rappresentando un traguardo straordinario, restano oggi inaccessibili per costi e complessità: renderle disponibili richiederà innovazioni tecnologiche e nuovi modelli di sostenibilità.
In Europa il problema principale è la frammentazione: accesso alle cure e modelli assistenziali variano tra Paesi. In questo contesto, il lavoro di reti come EuroBloodNet è fondamentale per armonizzare linee guida, dati e percorsi di cura, inclusa la delicata transizione all’età adulta. A livello regolatorio, è cruciale garantire un accesso equo alle nuove terapie in tutti gli Stati membri. In Italia, la sfida è duplice: da un lato la crescente diffusione della malattia, dall’altro l’assenza di strumenti uniformi come registri nazionali e screening neonatale universale. Questa frammentarietà crea disuguaglianze concrete. Servono quindi politiche coordinate: diagnosi precoce su tutto il territorio, accesso diffuso all’idrossiurea, percorsi strutturati di transizione e un sistema di registrazione condiviso. In sintesi, l’obiettivo è chiaro: garantire non solo la sopravvivenza, ma una buona qualità di vita. Perché ogni bambino, ovunque nasca, deve avere le stesse opportunità di cura.
Tutte le foto sono di Riccardo Pallotta

