16 Ottobre 2026, 0:45
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Paolo Fiorina: «Tecnologia e scienza stanno cambiando la cura del diabete»

di Annarita Cacciamani
FOTO FIORINA
Il diabetologo dell’ Azienda Socio Sanitaria Territoriale Fatebenefratelli Sacco di Milano fa il punto sulle nuove frontiere della diabetologia: dai sensori intelligenti ai farmaci che proteggono cuore e reni.

Un esordio improvviso, la necessità di compensare il pancreas con la terapia insulinica e la gestione costante dell’alimentazione: il diabete di tipo 1 rappresenta una sfida complessa ma oggi sempre più gestibile con serenità. Paolo Fiorina, ordinario di Endocrinologia all’Università degli Studi di Milano e direttore di Endocrinologia all’Asst (Azienda Socio Sanitaria Territoriale) Fatebenefratelli Sacco di Milano, racconta a Health Stories come l’innovazione tecnologica, dai sensori ai microinfusori integrati, e la ricerca di avanguardia stiano offrendo ai pazienti standard di vita impensabili fino a pochi anni fa, ponendo le basi per la rigenerazione cellulare del futuro.

Come si è avvicinato alla diabetologia?

Mi sono avvicinato a questa disciplina da studente al terzo o quarto anno di medicina, quando studiando la patologia generale e la fisiopatologia delle malattie, leggevo sui libri che il diabete di tipo 1 è una patologia della quale non si conosce la causa e per la quale non esiste una cura definitiva. Questa informazione mi aveva colpito profondamente. Sono stato spinto da una sensazione di impotenza, dal desiderio di fare qualcosa di più e dal grande fascino esercitato dall’immunologia del diabete e dalle malattie autoimmuni. È stata una vera e propria folgorazione da studente di medicina.

Mi sono laureato all’Università degli Studi di Milano, ho conseguito la prima specializzazione a Parma, la seconda al San Raffaele, il dottorato di ricerca di nuovo alla Statale di Milano e poi una fellowship ad Harvard dal 2004 al 2008. Ad Harvard sono poi diventato docente universitario rimanendovi fino al 2017, per poi rientrare alla Statale di Milano dal 2018 ad oggi.

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Photo: Magnific

Di cosa si occupa all’Asst Fatebenefratelli Sacco di Milano?

Attualmente ricopro il ruolo di professore ordinario di Endocrinologia all’Università degli Studi di Milano e sono direttore dell’Endocrinologia e Diabetologia dell’Asst Fatebenefratelli Sacco di Milano, negli ospedali Sacco, Fatebenefratelli e Melloni.

La mia giornata lavorativa come direttore si concentra in primo luogo sull’attività clinica: una volta alla settimana svolgo ambulatorio per l’intera giornata, occupandomi prevalentemente di diabetologia e malattie del metabolismo, trattando pazienti con diabete di tipo 1, diabete di tipo 2, obesità e sovrappeso. A questo si affiancano tutte le mansioni organizzative, dalle reperibilità ai turni, fino ai concorsi, e ovviamente l’attività di ricerca.

Al Sacco disponiamo di un laboratorio dove portiamo avanti diverse linee di ricerca dedicate alla diabetologia, ai meccanismi di infiammazione e alle complicanze del diabete. La nostra struttura non ha letti di ricovero ordinario poiché la diabetologia si gestisce principalmente in Day Hospital, attraverso le Attività Ambulatoriali Complesse (MAC), e sul territorio. Abbiamo quasi una ventina di medici afferenti al nostro servizio con ambulatori distribuiti a Milano attivi dal lunedì al venerdì.

Da cosa è causato e come si diagnostica il diabete di tipo 1?

Non si tratta di una malattia genetica monogenica e le cause esatte non sono ancora del tutto note. L’ipotesi scientifica principale è che vi sia una predisposizione genetica di base su cui si innesta un fattore ambientale, come un virus, un batterio o un altro elemento esterno, capace di scatenare la reazione autoimmunitaria.

La diagnosi in prima battuta avviene identificando l’iperglicemia tramite le analisi del sangue, valutando i livelli di glicemia o di emoglobina glicata. In condizioni di digiuno, un valore pari o superiore a 126 milligrammi per decilitro indica la presenza di diabete, mentre in misurazioni effettuate non a digiuno qualsiasi valore pari o superiore a 200 milligrammi per decilitro è indicativo della patologia.

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Photo: Unsplash / Sweet Life

Per differenziare il diabete di tipo 1 dal diabete di tipo 2 occorre valutare l’età di esordio e la presenza di autoanticorpi. Il diabete di tipo 1 esordisce prevalentemente in età giovanile, presentando in Italia due picchi principali, uno tra i 2 e i 4 anni e l’altro tra i 10 e i 14 anni, anche se oggi osserviamo sempre più spesso esordi in età adulta o tardiva. Dal punto di vista biologico, nel sangue dei pazienti con tipo 1 si riscontrano autoanticorpi specifici che riconoscono e distruggono le cellule pancreatiche produttrici di insulina.

Mentre il diabete di tipo 2 ha uno sviluppo lento e silente nel corso degli anni, l’esordio del diabete di tipo 1 è estremamente rapido. I sintomi compaiono nell’arco di pochi giorni: il paziente comincia a urinare molto (poliuria), avverte una sete irrefrenabile (polidipsia), perde peso rapidamente, mostra forte stanchezza, dolori addominali, un alito che assume il tipico odore di frutta matura e, nei bambini più piccoli, la ricomparsa dell’enuresi notturna.

Come si gestisce il diabete di tipo 1 nella quotidianità? Va seguita un’alimentazione particolare?

I pazienti con diabete di tipo 1 possono condurre una vita assolutamente regolare, sana e praticare qualsiasi tipo di sport. La gestione quotidiana richiede la somministrazione di insulina tre volte al giorno in corrispondenza dei pasti, integrata da un’insulina basale serale, in modo da riprodurre la fisiologica secrezione del pancreas.

L’alimentazione gioca un ruolo fondamentale poiché deve esserci un attento bilanciamento tra la quantità di carboidrati assunti e la dose di insulina somministrata. Una dieta sana, basata su carboidrati complessi come la pasta ed evitando cibi fritti o con indice glicemico elevato, è importante per il diabete così come per la salute generale. Questo non significa che alimenti come pizza o dolci siano totalmente vietati, ma richiedono un calcolo accurato dei carboidrati per compensare con la giusta quantità di insulina.

Anche l’attività fisica è fortemente raccomandata. È tuttavia necessario adattare la propria gestione in base all’intensità e alla durata dello sforzo: ad esempio, prima di uno sforzo lungo o intenso come una maratona o una nuotata, occorre organizzarsi con opportuni snack per prevenire il rischio di ipoglicemia.

Ultimamente sono stati sviluppati diversi dispositivi dedicati al monitoraggio del diabete di tipo 1. Quali vantaggi porta il loro utilizzo? Possono utilizzarli tutti i pazienti?

Si tratta di strumenti straordinari che permettono il monitoraggio continuo della glicemia nel liquido interstiziale, evitando al paziente la necessità di bucarsi le dita più volte al giorno con il glucometro. Sebbene la misurazione capillare tramite glucometro sia puntualmente molto precisa, la disponibilità di letture continue e frequenti garantisce un controllo clinico nettamente migliore.

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Photo: Magnific

Questi dispositivi offrono rilevanti vantaggi in quanto migliorano il compenso glucometabolico, riducono le ipoglicemie, prevengono le chetoacidosi e limitano l’insorgenza delle complicanze a lungo termine. La presenza di algoritmi predittivi all’interno dei sensori consente inoltre di avvisare il paziente prima che i livelli di glucosio scendano troppo.

Esistono anche i microinfusori, dispositivi che uniscono il monitoraggio continuo alla somministrazione automatizzata di insulina. Tali tecnologie non presentano controindicazioni, sono indicate per tutti i pazienti in terapia insulinica e rappresentano oggi il vero e proprio gold standard nella cura del diabete di tipo 1, tanto che nella nostra casistica clinica li applichiamo a circa l’80% dei pazienti.

Su cosa si concentra attualmente la sua attività di ricerca?

La nostra attività di ricerca si focalizza principalmente su due grandi linee strategiche. La prima riguarda la rigenerazione delle beta-cellule pancreatiche. Il nostro obiettivo è stimolare la rigenerazione delle cellule del paziente stesso per ripristinare la riserva pancreatica, evitando la necessità di ricorrere a procedure più complesse come il trapianto di isole, il trapianto di pancreas o l’impianto di cellule staminali.

La seconda linea riguarda la prevenzione e la riduzione delle complicanze ad altri organi, come gli occhi, i reni e il cuore. In particolare, abbiamo scoperto due nuovi fattori coinvolti rispettivamente nella malattia renale (nefropatia) e nel danno cardiaco (cardiopatia) del paziente diabetico. A partire da queste scoperte, abbiamo sviluppato dei farmaci mirati capaci di agire su questi target per proteggere la funzione renale e cardiovascolare.

Pur continuando a cercare la cura definitiva per il diabete di tipo 1, il nostro impegno quotidiano è far sì che i pazienti possano vivere a lungo e in salute, al riparo dalle complicanze della malattia.

 

Annarita Cacciamani

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