17 Maggio 2026, 16:41
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Fabio Corsi: «Lo screening individua il tumore al seno prima dei sintomi»

di Annarita Cacciamani
In questa intervista al direttore della Breast Unit dell’IRCCS Maugeri Pavia, le nuove frontiere della diagnosi precoce dei tumori alla mammella tra tecnologia e medicina personalizzata.

La tecnologia ha migliorato significativamente la diagnosi e la cura del tumore al seno, ma la vera svolta risiede nella capacità di anticipare la malattia. Fondamentale resta la prevenzione, in particolare attraverso l’adesione ai programmi di screening che permettono di intervenire quando il tumore è ancora silente. Come spiega Fabio Corsi, direttore della Breast Unit dell’IRCCS Maugeri Pavia, molti tumori della mammella nelle fasi iniziali non provocano sintomi né dolore. «Aspettare la comparsa di un sintomo può significare arrivare a una diagnosi più tardiva. Lo screening permette invece di individuare la malattia molto prima», sottolinea.

Quali sono state le principali tappe della sua carriera?

Dopo la specializzazione in Chirurgia Generale a Milano, la mia passione per la ricerca mi ha portato a occuparmi di chirurgia oncologica addominale e endocrina, prima di approdare alla senologia. È un ambito che mi ha subito affascinato perché storicamente anticipa innovazioni importanti: dallo sviluppo di nuovi farmaci ai modelli organizzativi. All’IRCCS Maugeri Pavia ho trovato la completezza dell’offerta diagnostica, la fortuna di una posizione aperta per  la direzione della Breast Unit e una risorsa straordinaria: una biobanca che conserva campioni biologici – tessuti, plasma, sangue e siero – provenienti dalle pazienti. Con oltre 10 mila campioni di tumore della mammella, la biobanca è fondamentale per sviluppare e verificare nuove ipotesi di ricerca.

Senologia

Photo: Ufficio Stampa

Si occupa anche di formazione?

Nel 2016 mi sono quindi trasferito da Milano a Pavia, mantenendo però la mia affiliazione con l’Università degli Studi di Milano, dove continuo a svolgere attività di docenza. Un aspetto molto importante del mio lavoro è anche la formazione dei giovani medici. Nel nostro reparto ruotano cinque specializzandi della scuola di Chirurgia generale. Lavorare con loro è molto stimolante: da un lato si ha la soddisfazione di vedere crescere nuove generazioni di medici, dall’altro il loro entusiasmo rappresenta uno stimolo continuo. Inoltre, la formazione richiede sempre grande rigore nelle scelte cliniche. Oggi la chirurgia è diventata sempre più specialistica. Il chirurgo generale “di una volta”, che si occupava di tutto, praticamente non esiste più. Ma questo non è necessariamente un limite: la complessità della medicina moderna richiede competenze sempre più specifiche.

Cos’è una Breast Unit e perché è così importante?

È una struttura multidisciplinare dove oncologi, radiologi, radioterapisti, chirurghi, anatomo patologi e riabilitatori lavorano insieme. Ogni caso viene discusso collegialmente per definire la strategia diagnostica e terapeutica più precisa tra immunoterapia, farmaci target o anticorpi monoclonali. La pianificazione condivisa consente quindi di ottenere risultati migliori. Anche la chirurgia ricostruttiva ne beneficia: oggi viene pianificata insieme al chirurgo senologo fin dall’inizio, migliorando i risultati clinici ed estetici.

Che cos’è EV-PREDICT?

È un progetto nato da un’esigenza molto concreta: personalizzare le cure per i tumori più aggressivi, come i “triplo negativi”. Oggi, circa la metà delle pazienti non risponde in modo ottimale alle terapie somministrate prima dell’intervento (neoadiuvanti). Il problema è che non possiamo prevedere in anticipo chi ne trarrà beneficio: questo espone molte donne a trattamenti pesanti e tossici senza un reale vantaggio clinico.

L’obiettivo di EV-PREDICT è cambiare questo paradigma studiando le vescicole extracellulari, minuscole particelle rilasciate dalle cellule che agiscono come “messaggeri” carichi di informazioni biologiche. Analizzandole, potremo capire in anticipo chi risponderà ai farmaci, permettendoci di modulare le terapie su misura, evitando cure inutili e riducendo drasticamente gli effetti collaterali.

Team Corsi

Team Corsi – Photo: Ufficio Stampa

In che modo la tecnologia e l’IA migliorano la cura?

Dalla mammografia digitale, che individua lesioni millimetriche, alla chirurgia guidata da strumenti di precisione per resezioni meno invasive e cicatrici quasi invisibili. L’intelligenza artificiale è invece fondamentale nella ricerca per analizzare enormi quantità di dati in tempi rapidi, aiutandoci a individuare modelli utili per distinguere le pazienti che rispondono alle terapie. Resta comunque uno strumento che deve essere guidato dall’intelligenza umana.

Quanto è importante aderire ai programmi di screening?

È fondamentale. Lo screening serve a individuare il tumore in una fase precocissima, quando è ancora di pochi millimetri. Questo cambia totalmente la prognosi: maggiori probabilità di guarigione e cure meno invasive. È consigliabile aderire ai programmi organizzati, perché garantiscono elevati standard di qualità: apparecchiature adeguate, personale specializzato e controlli rigorosi. Molti tumori della mammella nelle fasi iniziali non provocano sintomi né dolore. Aspettare la comparsa di un sintomo può significare arrivare a una diagnosi più tardiva. Lo screening permette invece di individuare la malattia molto prima.

Quali sono gli obiettivi della vostra attività di ricerca?

La nostra attività di ricerca si sviluppa principalmente lungo tre direttrici. Il primo filone riguarda l’identificazione di biomarcatori facilmente accessibili, per esempio attraverso un semplice esame del sangue, che possano fornire informazioni sull’andamento della malattia.

Il secondo filone riguarda lo sviluppo di nuove tecnologie diagnostiche per la caratterizzazione dei tessuti tumorali. Stiamo studiando, per esempio, tecnologie biofotoniche come la spettroscopia Raman, che potrebbero permettere di identificare con grande precisione i margini del tumore durante l’intervento chirurgico.

Il terzo filone riguarda la nanotecnologia applicata alla medicina, in particolare il cosiddetto nano drug delivery. Si tratta di sviluppare nanoparticelle in grado di trasportare i farmaci direttamente nel sito della malattia, evitando che si distribuiscano in tutto l’organismo. Questo approccio potrebbe aumentare l’efficacia delle terapie e allo stesso tempo ridurre gli effetti collaterali e la tossicità.

 

Annarita Cacciamani

Photos credits: Ufficio Stampa

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