Sperimentazioni condotte su un singolo individuo per testare terapie personalizzate: un approccio che sta guadagnando spazio nella medicina di precisione, pur presentando sfide metodologiche.
Nella pratica clinica capita, più spesso di quanto si pensi, di trovarsi davanti a un paziente che non rientra in nessuna curva di popolazione. A questa difficoltà, che tocca soprattutto le malattie rare, gli studi “n-of-1” cercano di dare una risposta metodologica.
Si tratta di trial costruiti attorno a una sola persona e progettati per rispondere a una domanda precisa: “quale cura funziona per questo specifico individuo?”. Il tema è stato ripreso di recente anche da un editoriale di Andrea Pession sul “Journal of Innate Metabolism”, che segnala come questo modello stia guadagnando attenzione crescente nel campo della medicina di precisione.
Un solo paziente, uno studio: come funzionano gli “n-of-1”
Per molti anni la ricerca clinica, quando si trattava di valutare efficacia e sicurezza delle terapie, si è basata principalmente su indagini condotte su ampi gruppi di popolazione. Molto spesso, però, capita che la risposta ai farmaci possa variare in modo significativo da persona a persona.

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È da questa variabilità che nasce l’interesse per gli “n-of-1”: una metodologia formalizzata per la prima volta negli anni ’80 da un gruppo di ricercatori della McMaster University di Hamilton, in Canada. Invece di confrontare gruppi di pazienti tra loro, si valutano soluzioni diverse nello stesso soggetto in momenti successivi e secondo sequenze randomizzate. La persona riceve alternativamente, ad esempio, un principio attivo e un placebo o due alternative terapeutiche, con pause tra una fase e l’altra per evitare che gli effetti si sovrappongano.
La particolarità di questo schema sta proprio nel permettere un confronto diretto delle risposte nello stesso individuo, offrendo un livello di accuratezza difficilmente raggiungibile nei trial su gruppi eterogenei. In questi casi, infatti, il singolo partecipante è allo stesso tempo sia il gruppo trattato che il gruppo di controllo.
Utilizzi e limiti della medicina “sartoriale”
Gli “n-of-1” non sono pensati per sostituire i trial tradizionali, ma per affiancarli in contesti specifici. Risultano particolarmente utili nelle patologie croniche come emicrania, artrite o dolore neuropatico, dove spesso lo stesso farmaco può risultare efficace per un malato e del tutto inutile per un altro. Rappresentano, inoltre, uno strumento prezioso nelle malattie rare, dove reclutare un numero sufficiente di persone per uno studio classico è spesso semplicemente impossibile.

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La loro applicazione richiede però una progettazione rigorosa: sequenze di intervento ben definite, monitoraggio continuo e una gestione attenta del “cieco”. Quest’ultimo punto è cruciale: riuscire a tenere all’oscuro del trattamento chi lo somministra o chi lo riceve è difficile, soprattutto negli approcci non farmacologici come quelli nutrizionali, fisioterapici o riabilitativi.
Tra le variabili, emerge anche un limite etico e strutturale: i risultati individuali non sono direttamente generalizzabili, anche se offrono indicazioni cliniche molto precise. Inoltre, il processo di approvazione dei protocolli da parte dei comitati etici può essere complesso, poiché le normative esistenti sono calibrate principalmente sugli studi randomizzati (RCT) su popolazioni.
Tecnologia e futuro dell’integrazione clinica
L’interesse verso questo approccio è in costante crescita e trova un alleato fondamentale nello sviluppo di strumenti digitali. App per il monitoraggio dei sintomi e dispositivi indossabili (wearable) permettono oggi di raccogliere dati in tempo reale sulla risposta alle cure e sulla qualità della vita: informazioni che fino a pochi anni fa sarebbe stato molto difficile ottenere con continuità.
Il progetto DIAMOND, finanziato dal NIHR CTU Funding (National Institute for Health and Care Research, Clinical Trials Units), lavora proprio in questa direzione: sviluppare linee guida e strumenti pratici per l’integrazione degli studi “n-of-1” nella pratica clinica quotidiana. La ricerca sta anche esplorando metodi per aggregare i risultati di studi condotti su persone con caratteristiche simili: un modo per costruire evidenze più solide senza rinunciare alla dimensione individuale che è, in fondo, il vero punto di forza di tutto l’approccio.
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