Nelle regioni del Sud la mobilità per la chirurgia mammaria è tre volte superiore rispetto a quelle del Nord Italia. Il divario emerge già negli screening e prosegue nell’accesso alla diagnostica molecolare, rendendo il luogo di residenza determinante nel percorso di cura.
Per molte pazienti del Sud, ricevere una diagnosi di tumore al seno significa anche prepararsi a curarsi lontano da casa. I dati più recenti disponibili, riferiti al 2023, mostrano infatti che in Italia sono stati effettuati 66.351 interventi per carcinoma mammario: 61.128 nella Regione di residenza e 5.223 fuori Regione. La quota nazionale si attesta intorno all’8%, ma scende al 5% al Nord e sale al 15% nel Sud, secondo il rapporto “I numeri del cancro in Italia 2025”.
Il dato indica che nel Meridione circa 1 intervento su 7 viene eseguito fuori Regione. In Calabria la percentuale sfiora il 50%, mentre valori particolarmente elevati si registrano anche in Basilicata e Molise. La mobilità non rappresenta sempre una conseguenza diretta della carenza di servizi: può dipendere dalla vicinanza geografica, dalla complessità del caso o dalla scelta della persona. Tuttavia, la ricerca sottolinea che una concentrazione tanto marcata segnala una difficoltà strutturale nella presa in carico delle pazienti sul territorio.

La mobilità sanitaria vale oltre 5 miliardi
Il fenomeno non riguarda soltanto l’oncologia. Nel 2023 la mobilità sanitaria interregionale ha raggiunto il valore record di 5,15 miliardi di euro, il 2,3% in più rispetto all’anno precedente. La nuova analisi della Fondazione GIMBE, basata su dati del Ministero della Salute e dell’Agenzia Nazionale per i servizi sanitari Regionali (Agenas), mostra una forte concentrazione dei flussi economici.
Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto infatti raccolgono circa il 95% del saldo attivo, cioè della differenza positiva tra le risorse incassate per assistere persone provenienti da altre Regioni e quelle versate per i propri residenti curati altrove.
Sul versante opposto, Calabria, Campania, Puglia, Sicilia, Lazio e Sardegna assorbono complessivamente il 78,2% del saldo passivo. I bilanci peggiori sono quelli di Calabria, Campania e Puglia. Non si tratta quindi di una percentuale riferibile soltanto a queste tre Regioni, ma all’insieme delle sei aree con i passivi più rilevanti.
Il divario comincia dagli screening
Le differenze territoriali emergono ancora prima dell’intervento chirurgico. I dati più recenti dell’Osservatorio nazionale screening mostrano che l’adesione corretta allo screening mammografico nella fascia 50-69 anni è arrivata al 66% al Nord e al 47,9% nel Sud e nelle Isole. Anche la capacità di raggiungere la popolazione interessata resta disomogenea: la copertura degli inviti è pari al 101,8% al Nord (un valore superiore al 100% può dipendere dal recupero di ritardi precedenti) e all’85,6% nel Mezzogiorno. In Calabria si ferma al 33,1%.
Una precedente analisi dell’Istituto superiore di sanità aveva già rilevato una correlazione tra una maggiore copertura dello screening mammografico e indici più bassi di mobilità per gli interventi al seno.

Photo: Unsplash / National Cancer Institute
Diagnostica molecolare e accesso alle terapie mirate
Dopo l’identificazione del tumore, la scelta di alcune terapie richiede la ricerca di specifiche alterazioni molecolari. Nei casi più complessi, i risultati vengono valutati dai Molecular Tumor Board, gruppi multidisciplinari incaricati di interpretare i test di profilazione genomica e individuare le possibili opzioni terapeutiche.
Un accordo approvato nel 2023 ha previsto l’istituzione dei Molecular Tumor Board e l’individuazione di centri specialistici per i test di profilazione genomica estesa. L’effettiva accessibilità dipende però dall’organizzazione delle reti oncologiche regionali, dal collegamento tra ospedali e centri specialistici e dalla possibilità di trasferire rapidamente campioni e informazioni cliniche.
«Si discute di dove si opera, quasi mai del luogo in cui si arriva alla diagnosi molecolare. Ma è lì che il paziente perde le settimane che contano», osserva nella nota stampa Marcella Chiari, CEO e co-founder di RoseBio, spin-off del Cnr nato a Brescia nel 2024.
Tra le tecnologie in fase di sviluppo c’è ZipArray, piattaforma di RoseBio attualmente in validazione. Secondo quanto dichiarato dall’azienda, il sistema può analizzare centinaia di varianti genetiche tumorali in poche ore utilizzando apparecchiature già disponibili nei laboratori. L’obiettivo è permettere anche alle strutture più piccole di eseguire una prima profilazione molecolare.

