19 Aprile 2026, 17:10
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Sofia Martin Suarez: «Il trapianto rappresenta una nuova possibilità di vita»

di Annarita Cacciamani
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Dalla promozione di uno stile di vita sano come pilastro della prevenzione alla sfida della cardiochirurgia d’avanguardia: il trapianto di cuore vissuto tra innovazione tecnologica e il valore della donazione come nuova possibilità di vita.

Nata a Parigi e cresciuta in Spagna, la dottoressa Sofia Martin Suarez è responsabile del percorso chirurgico trapianto di cuore adulti del Policlinico Sant’Orsola – Malpighi di Bologna. Tra le prime donne in Italia ad eseguire un trapianto di cuore, in questa intervista sottolinea l’importanza della donazione di organi, come «un atto di generosità che rappresenta la vita per chi lo riceve».

Quali sono le principali tappe del suo percorso formativo e professionale? 

Fin dall’infanzia ho desiderato diventare medico e, nello specifico, cardiochirurga. Questo obiettivo mi ha accompagnata negli anni del liceo, spingendomi a dare sempre il massimo. Durante l’università, frequentata in Spagna, a Granada, ho dedicato molto tempo alla pratica clinica, cercando di avvicinarmi a più specialità possibili per compiere una scelta ragionata. Negli anni ’90, la cardiochirurgia non era considerata una disciplina “adatta” a una donna. Al quarto anno di studi ho vinto una borsa Erasmus per l’Italia e ho scelto Bologna, attratta dal prestigio dell’Ateneo e dal rinomato servizio di Cardiochirurgia, diretto da Angelo Pierangeli. Questa esperienza ha avuto un ruolo decisivo, perché ha consolidato il mio interesse per la disciplina. Tornata in Spagna, ho concluso l’università e ho scelto di proseguire la specializzazione in Italia. Sono così rientrata a Bologna e ho superato il concorso per la Scuola di Specializzazione in Cardiochirurgia, che ho completato nel 2003. Nei cinque anni di specializzazione ho trascorso anche un periodo in Olanda. I miei mentori – da Pierangeli a Roberto Di Bartolomeo, a Giuseppe Marinelli e a Giorgio Arpesella – hanno avuto un ruolo fondamentale nella mia crescita, guidandomi progressivamente verso l’autonomia negli interventi cardiochirurgici, sia di base sia complessi.

 

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Nel tempo ho approfondito anche tecniche di nicchia, come l’endarterectomia polmonare per l’ipertensione polmonare cronica tromboembolica, portando avanti il programma creato da Piero Maria Mikus, e la miectomia nella cardiomiopatia ipertrofica ostruttiva. Dopo la specializzazione ho continuato a lavorare a Bologna come dottoranda di ricerca, poi con vari contratti fino all’assunzione nel 2010. A questo si sono aggiunte esperienze professionali negli Stati Uniti, in Germania e in Austria.

Lei è stata una delle prime donne ad eseguire un trapianto di cuore in Italia. Quanto è difficile per una donna farsi strada in un ambito considerato maschile come la cardiochirurgia?

Ho eseguito il mio primo trapianto cardiaco come primo operatore nel 2007, dopo anni di formazione e dopo aver già approcciato la tecnica nel 2003 in qualità di medico in formazione specialistica, operando sotto la guida di un tutor.

Fino agli anni 2000 la presenza femminile nella cardiochirurgia mondiale era quasi inesistente. In alcuni Paesi, come la Cina, ancora oggi non ci sono donne cardiochirurghe. Anche in Germania o negli Stati Uniti ho spesso percepito stupore quando mi presentavo come chirurgo. Una donna non rientrava nell’immaginario stereotipato del cardiochirurgo, né da un punto di vista professionale né sociale. Molti pazienti hanno espresso dubbi sulle mie capacità solo perché donna: un’esperienza condivisa da praticamente tutte le colleghe. Per questo motivo, negli ultimi anni sono nate diverse realtà associativa femminili. 

Nonostante oggi il numero delle donne in medicina sia superiore a quello degli uomini, il percorso professionale rimane complesso: sopravvivono pregiudizi sulle presunte limitazioni tecniche, psicologiche o intellettuali legate al genere. Questo atteggiamento talvolta genera reazioni di rivendicazione che rischiano di spostare l’attenzione dal merito alla questione di genere. La cardiochirurgia, tuttavia, è un ambito che richiede impegno, dedizione e perfezionamento costante, indipendentemente dal sesso di chi la esercita. Nella mia esperienza personale, pur tra difficoltà evidenti, è innegabile che ho incontrato uomini che hanno creduto fortemente in me e mi hanno sostenuta nel mio percorso, sia in Italia sia all’estero.

Nel corso degli anni, come ha visto la tecnologia svilupparsi e offrire nuove possibilità nell’ambito della cardiochirurgia?

La mia generazione ha ereditato quanto creato dai grandi pionieri della disciplina: dalle tecniche operatorie alla circolazione extracorporea, dalla cardioplegia ai primi dispositivi. Noi abbiamo perfezionato e reso più sicuri e affidabili molti strumenti e procedure.

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Photo: Pixabay / Marionbrun

La tecnologia ha permesso lo sviluppo di dispositivi più duraturi, sicuri e semplici da applicare. Alcune patologie oggi vengono trattate in modo meno invasivo, o addirittura senza chirurgia, grazie alle terapie endovascolari per le malattie dell’aorta o alle tecniche transcatetere per coronarie e valvole. Parallelamente, la terapia medica ha raggiunto livelli avanzatissimi, al punto che l’intervento chirurgico, in molti casi, rappresenta l’ultima opzione terapeutica.

Parliamo di rischio cardiovascolare. Come è possibile prevenirlo e limitarlo?

È fondamentale controllare i fattori di rischio cardiovascolare: pressione arteriosa, fumo, colesterolo, diabete, sovrappeso. Il punto di partenza è uno stile di vita sano, con una dieta equilibrata e controlli periodici. Quando siamo in presenza di familiarità o di forme genetiche di ipercolesterolemia, o quando le abitudini di vita non bastano, l’introduzione tempestiva della terapia farmacologica può rallentare in modo efficace la progressione della malattia. L’incidenza delle patologie cardiovascolari continua a crescere. Il fenomeno è legato all’aumento dell’aspettativa di vita, ma anche a fattori ambientali e sociali come inquinamento, stress e alimentazione scorretta.

Dopo un trapianto di cuore, come si torna alla propria quotidianità? Quanto è importante la donazione di organi?

Il trapianto cardiaco offre al paziente una nuova possibilità di vita: dopo anni di limitazioni dovute alla malattia, la maggior parte delle persone riesce a riprendere una quotidianità quasi normale sotto il profilo fisico, sociale e lavorativo. È però necessario mantenere un monitoraggio clinico costante e seguire una terapia immunosoppressiva che riduca il rischio di rigetto, pur comportando una maggiore vulnerabilità a infezioni e patologie oncologiche.

Molti pazienti vivono il trapianto come un miracolo, e in parte lo è: un cuore che continua a battere nel corpo di un’altra persona è una realtà straordinaria. Il vero miracolo, tuttavia, è la donazione. È un gesto di solidarietà immensa, che purtroppo non tutti comprendono appieno e che registra ancora tassi di rifiuto elevati. Molte famiglie di donatori raccontano come questo atto abbia alleviato, almeno in parte, un dolore infinito, sapendo che la vita del loro caro continua in quella di altre persone. Un solo donatore può salvare fino a sette vite, un pensiero che per molti rende il lutto più sopportabile. La società ha bisogno di una maggiore consapevolezza: la donazione, oggi ancora insufficiente rispetto al numero di pazienti in attesa, è un atto di generosità che non porta beneficio a chi dona, ma rappresenta la vita per chi riceve.

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Photo: Pexels / Karola G

Su cosa si sta concentrando ora la ricerca nell’ambito della cardiochirurgia?

La cardiochirurgia e la cardiologia sono impegnate in una ricerca continua sui temi della prevenzione, dello screening e del trattamento delle malattie cardiovascolari. I campi di studio spaziano dalle patologie aortiche alla definizione di trattamenti chirurgici ed endovascolari sempre più efficaci e meno invasivi, fino allo sviluppo di strategie diagnostiche che consentano un riconoscimento precoce delle anomalie. Nel settore dei trapianti, la ricerca si concentra sul miglioramento delle terapie mediche per rallentare la progressione delle cardiopatie e sull’individuazione di alternative al trapianto stesso, come i ventricoli artificiali sempre più fisiologici, completamente impiantabili e privi di componenti esterne, o i cuori artificiali totali. Si lavora anche sugli xenotrapianti, ossia l’utilizzo di cuori animali geneticamente modificati. Inoltre, si stanno sviluppando nuove modalità di donazione, come quella a cuore fermo, e tecniche di trasporto e protezione degli organi che ne migliorano la conservazione.

Un ulteriore impegno riguarda la gestione del post-trapianto, con terapie meno tossiche e più facilmente gestibili. Tutto questo richiede un grande sforzo, non solo dal punto di vista della ricerca traslazionale, che collega la scoperta scientifica alla cura del paziente, ma anche dal punto di vista umano, perché implica collaborazione multidisciplinare, dialogo continuo e importanti risorse sia materiali sia economiche.

 

Annarita Cacciamani

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