7 Febbraio 2026, 23:43
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Simone Vettoretti: «La salute dei reni? Si costruisce da sani!»

di Annarita Cacciamani
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Per il nefrologo Simone Vettoretti la chiave per evitare le malattie renali sta nella prevenzione: promuovere corretti stili di vita e rendere le persone più consapevoli dei rischi.

Le malattie renali colpiscono circa il 7% della popolazione e, nella maggior parte dei casi, si sviluppano in modo silenzioso. La diagnosi arriva spesso troppo tardi, quando il danno è ormai irreversibile. Secondo il dottore Simone Vettoretti, ricercatore all’università degli Studi di Milano Bicocca e medico nefrologo all’Irccs San Gerardo dei Tintori di Monza, la chiave per cambiare rotta è la prevenzione: intervenire prima che la malattia si manifesti, promuovere corretti stili di vita e rendere le persone più consapevoli dei rischi.

Perché ha scelto di specializzarsi in nefrologia? Quali sono state le tappe principali della sua formazione e della sua carriera?

La nefrologia mi ha sempre interessato perché rappresenta una disciplina internistica non chirurgica, ma con una forte specificità. È un campo che consente di mantenere una visione sistemica del paziente, pur approfondendo la fisiopatologia di un organo complesso come il rene.
Il nefrologo, in fondo, è uno specialista d’organo ma anche un internista, poiché si confronta ogni giorno con malattie che coinvolgono più apparati. Dopo la specializzazione, ho lavorato per brevi periodi in pronto soccorso e in diversi ospedali milanesi, tra cui il Bassini di Cinisello Balsamo e il Fatebenefratelli. Ho poi trascorso diciassette anni al Policlinico di Milano, esperienza fondamentale per la mia formazione professionale.

Quali sono le patologie renali più diffuse oggi e come ci si può convivere nella quotidianità?

Le malattie renali più frequenti sono quelle legate a ipertensione e diabete, seguite dalle nefropatie immunologiche e da forme genetiche, come la malattia policistica del rene.
Negli ultimi anni si è osservato anche un aumento dei casi legati a farmaci nefrotossici, utilizzati senza considerare i loro effetti sul rene. Convivere con queste patologie è possibile, ma serve un approccio attento e costante: seguire le indicazioni terapeutiche, monitorare i valori di funzione renale e adottare uno stile di vita adeguato. I sintomi più comuni — come stanchezza, secchezza cutanea, gonfiore — vanno riconosciuti precocemente. Una buona aderenza alle cure permette di mantenere una qualità di vita soddisfacente e di rallentare la progressione della malattia.

Un corretto stile di vita può aiutare a prevenire le malattie renali?

Senza dubbio. Le cattive abitudini — alimentazione scorretta, sedentarietà, sovrappeso — rappresentano i principali fattori di rischio. Se vogliamo affrontare seriamente le malattie renali, dobbiamo cominciare dai sani, non dai malati. Ripeto spesso che la salute si costruisce da sani, non da malati: la prevenzione parte da un’educazione alla consapevolezza, da un’alimentazione equilibrata e dal controllo regolare della pressione arteriosa e della glicemia.

“Dialisi” è un termine che spaventa. Quando si rende necessaria? Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di questa terapia?

La dialisi diventa necessaria quando i reni non riescono più a mantenere una funzione adeguata e il corpo non è più in grado di eliminare tossine e liquidi. Può essere una condizione di vita permanente o una condizione temporanea per i pazienti che sono idonei ad affrontare il trapianto renale. Le tecniche dialitiche principali sono due: emodialisi e dialisi peritoneale.
L’emodialisi è la più conosciuta e si effettua in ospedale o in centri ambulatoriali. Il sangue viene depurato all’esterno del corpo tramite un circuito extracorporeo e un filtro. È un trattamento efficace, ma impegnativo, perché può provocare ipotensione, stanchezza e perdita di appetito, con tempi di recupero lunghi, soprattutto nei pazienti più anziani. La dialisi peritoneale, invece, utilizza una membrana naturale — il peritoneo — come filtro biologico. Si esegue a domicilio, introducendo una soluzione sterile in addome attraverso un piccolo catetere; la soluzione viene poi sostituita periodicamente. Esiste anche una modalità notturna automatizzata, che consente di effettuare la dialisi durante il sonno, lasciando libero il giorno. È una tecnica meno impattante sulla qualità di vita, ma ancora poco diffusa (circa il 15% dei pazienti). Ciò è dovuto in parte alla scarsa familiarità dei medici con questo metodo e in parte alla difficoltà, per molti pazienti anziani, di autogestire la procedura a casa. In generale, la dialisi rappresenta spesso una terapia ponte verso il trapianto, che resta la soluzione sostitutiva ottimale.

In che modo utilizza la tecnologia nel suo lavoro?

Negli ultimi quindici anni la tecnologia ha cambiato profondamente la nefrologia. Le macchine per dialisi sono diventate più biocompatibili e sicure, con minori effetti collaterali e migliori prestazioni depurative. Probabilmente abbiamo raggiunto un punto di maturità tecnologica in questo ambito, ma i progressi continuano sul fronte dei farmaci e delle diagnosi mirate. Oggi disponiamo di farmaci di sintesi e biologici, come gli anticorpi monoclonali e le piccole molecole, che permettono di controllare l’infiammazione e rallentare la progressione della malattia. La medicina di precisione, basata su test sempre più accurati — inclusi quelli genetici — ci consente di adattare la terapia alle caratteristiche specifiche di ciascun paziente. Tuttavia, la tecnologia da sola non basta. L’80% delle malattie renali terminali deriva da ipertensione, diabete e obesità, condizioni che si possono prevenire. La vera innovazione resta la prevenzione, che rimane la strategia più efficace e sostenibile.

Su cosa si sta concentrando oggi la ricerca scientifica nell’ambito delle malattie renali?

La ricerca si sta muovendo su più fronti. Da un lato, lo sviluppo di molecole sempre più specifiche, sia di sintesi che biologiche, capaci di agire in modo mirato sulle cause delle singole malattie. Alcune hanno già dato risultati promettenti negli studi clinici. Dall’altro, si stanno esplorando nuove vie di trapianto, come lo xenotrapianto da specie animali geneticamente modificate, e approcci di terapia genica per correggere difetti ereditari. Sono inoltre in corso studi sull’uso dei linfociti modificati per bloccare le risposte autoimmuni e sulla stampa 3D di tessuti renali, che rappresenta una prospettiva affascinante, anche se ancora lontana dalla pratica clinica. Tutti questi sviluppi, però, non devono far dimenticare l’obiettivo principale: intervenire prima che la malattia arrivi agli stadi terminali. La prevenzione e la diagnosi precoce restano i pilastri su cui costruire la salute renale di domani.

 

Annarita Cacciamani

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