L’urologo della University of Illinois di Chicago spiega i vantaggi dell’uso dei robot nella sua professione: visione tridimensionale più accurata, maggiore precisione e un controllo fine dei movimenti.
Il principale beneficio portato dalla tecnologia in chirurgia sono gli interventi sempre meno invasivi, più precisi e più sicuri per il paziente. Parola di Simone Crivellaro, professore ordinario e vice-chair del Dipartimento di Urologia dell’University of Illinois di Chicago, negli Stati Uniti, che ha raccontato a Health Stories come l’evoluzione tecnologica abbia rivoluzionato le tecniche chirurgiche nell’urologia.
Qual è stato il suo percorso formativo e professionale? Perché ha scelto l’urologia?
Sono nato a Torino e mi sono laureato in Medicina all’Università di Torino. Fin dall’inizio del mio percorso sapevo di voler intraprendere una carriera chirurgica. Ho scelto l’urologia perché è una disciplina che unisce la chirurgia tradizionale a un forte utilizzo della tecnologia, con numerose sottospecialità e un approccio altamente innovativo: un connubio che rispecchiava perfettamente i miei interessi. Ho iniziato la specializzazione all’Università del Piemonte Orientale a Novara, svolgendo parte della formazione in diverse sedi, tra cui un periodo di circa un anno e mezzo negli Stati Uniti, a Boston e Detroit. Ho poi concluso la specializzazione a Udine. Successivamente ho completato una fellowship in chirurgia robotica e mininvasiva negli Stati Uniti. Dopo quattro anni di attività come urologo ospedaliero presso l’ospedale universitario di Udine, mi sono trasferito a Chicago. Da oltre dodici anni lavoro alla University of Illinois di Chicago, dove ricopro il ruolo di professore ordinario e vice-chair del Dipartimento di Urologia, affiancando all’attività clinica quella di ricerca e formazione universitaria.

Cosa l’ha portata a scegliere gli Stati Uniti per la sua vita e la sua professione?
Ho sempre desiderato fare un’esperienza all’estero, già dai tempi del liceo. Gli Stati Uniti rappresentano un contesto unico dal punto di vista professionale, soprattutto per la forte dimensione internazionale. Nelle grandi città americane si lavora quotidianamente con colleghi provenienti da tutto il mondo, in un ambiente estremamente stimolante. Quando mi sono trasferito avevo già completato una parte importante della mia formazione, inclusa la fellowship, e conoscevo bene il sistema. L’idea iniziale era quella di ampliare le opportunità di carriera, e questo obiettivo è stato pienamente raggiunto. Il sistema americano è molto flessibile e offre numerose possibilità di crescita e mobilità professionale. Dopo molti anni, anche per motivi familiari, ho scelto di rimanere negli Stati Uniti, ma ho sempre mantenuto un approccio aperto alle diverse opportunità che si sono presentate nel corso del tempo.
Quali sono le principali differenze che riscontra?
Le differenze tra i due sistemi sono profonde e nascono da una diversa impostazione di fondo. In Italia, così come nella maggior parte dei Paesi europei, la sanità è finanziata prevalentemente dallo Stato e la tutela della salute è un diritto sancito dalla Costituzione. Negli Stati Uniti, invece, la salute non è riconosciuta come diritto costituzionale e il sistema sanitario non si basa su un modello di finanziamento pubblico unico. Una parte significativa della popolazione americana è comunque coperta da assicurazioni pubbliche: il programma federale Medicare garantisce l’assistenza sanitaria ai cittadini sopra i 65 anni, mentre Medicaid, gestito a livello statale, copre le fasce di reddito più basse. Il restante 50% circa dei cittadini dispone di assicurazioni private, spesso legate al datore di lavoro. Dopo la riforma sanitaria, avere un’assicurazione è diventato obbligatorio. Inoltre, una legge federale impone agli ospedali di garantire le cure urgenti a chiunque si presenti in pronto soccorso, indipendentemente dalla copertura assicurativa.
Lei è specializzato in urologia robotica. Di che cosa si tratta e per quali patologie viene utilizzata?
L’urologia robotica è una forma di chirurgia mininvasiva che utilizza un robot chirurgico completamente controllato dal chirurgo. Il robot non opera in autonomia, ma rappresenta uno strumento avanzato che consente una visione tridimensionale più accurata, una maggiore precisione e un controllo estremamente fine dei movimenti. Questa tecnologia viene utilizzata per la maggior parte delle patologie urologiche, in particolare quelle oncologiche, ma anche per patologie benigne. Personalmente utilizzo spesso una piattaforma robotica che consente di eseguire l’intervento attraverso un’unica incisione di circa tre centimetri. Questo approccio riduce ulteriormente l’invasività e permette, in molti casi, una dimissione molto rapida, talvolta anche in giornata, dopo interventi che in passato richiedevano degenze più lunghe.

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Che cosa consente di fare oggi la tecnologia che fino a qualche anno fa non era possibile? E quale ruolo gioca l’intelligenza artificiale?
L’evoluzione tecnologica in chirurgia è rapidissima: molte tecniche che ho imparato durante la specializzazione oggi non vengono più utilizzate. Il principale beneficio è una chirurgia sempre meno invasiva, più precisa e più sicura per il paziente. L’intelligenza artificiale rappresenta la nuova frontiera. Nel nostro laboratorio lavoriamo su algoritmi addestrati su video chirurgici e immagini diagnostiche che funzionano come un vero e proprio “co-pilota” per il chirurgo. Durante l’intervento, il sistema è in grado di riconoscere in tempo reale le strutture anatomiche e segnalarle sullo schermo, aiutando a prevenire errori e complicanze. L’obiettivo finale, nel lungo periodo, è arrivare a sistemi capaci di eseguire interventi in modo autonomo. Oggi, però, l’intelligenza artificiale ha soprattutto un ruolo di supporto avanzato al chirurgo.
Su cosa si sta concentrando oggi il suo lavoro di ricerca?
La mia attività di ricerca si sviluppa principalmente su tre filoni. Il primo riguarda la ricerca clinica orientata agli outcome: analizziamo grandi database, anche in collaborazione con centri di eccellenza come Cleveland Clinic, Mayo Clinic e Mount Sinai, per valutare i risultati delle procedure chirurgiche e identificare i fattori che ne influenzano gli esiti. Il secondo filone è legato all’intelligenza artificiale applicata alla chirurgia robotica. Il terzo riguarda la formazione dei chirurghi. Alla University of Illinois abbiamo un centro di training avanzato dove colleghi provenienti da tutti gli Stati Uniti vengono formati alla chirurgia robotica e tradizionale. Studiamo e confrontiamo diverse metodologie formative, incluse simulazioni virtuali e modelli sintetici, per costruire percorsi di apprendimento sempre più efficaci.
Corretta alimentazione e stile di vita sano possono aiutare a prevenire le patologie urologiche?
Sì, soprattutto per quanto riguarda le patologie benigne. Esistono evidenze solide che dimostrano come alimentazione e stile di vita incidano su condizioni come infezioni urinarie ricorrenti, prostatiti e calcolosi. Per quanto riguarda le patologie oncologiche, come il tumore della prostata, sono in corso studi che cercano di individuare correlazioni con la dieta, ma le evidenze sono meno definitive. In generale, le azioni preventive legate allo stile di vita hanno un impatto più chiaro sulle patologie benigne rispetto a quelle oncologiche.
