La responsabile dei Centri Obesità dell’Auxologico IRCCS della Lombardia spiega come i nuovi farmaci e il riconoscimento dell’obesità come malattia cronica stiano rivoluzionando la cura, a partire dalla prevenzione nei più piccoli.
Negli ultimi anni la comunità scientifica internazionale ha compiuto importanti passi avanti nello studio e nel trattamento dell’obesità. A livello globale è stata condivisa una nuova definizione di “obesità clinica”, proposta dalla commissione della rivista medica “The Lancet Diabetes & Endocrinology”, che contribuisce a inquadrare la patologia in modo più preciso dal punto di vista diagnostico. Parallelamente si sta affermando sempre più un approccio di medicina personalizzata, grazie alla disponibilità di protocolli terapeutici differenziati e sempre più efficaci. A questo si aggiunge l’arrivo di nuovi farmaci che hanno dimostrato effetti positivi non solo sulla riduzione del peso corporeo, ma anche sul rischio cardiovascolare e metabolico. Sul piano normativo, inoltre, l’Italia ha recentemente adottato la prima legge che riconosce l’obesità come malattia progressiva e recidivante.
Nonostante questi progressi, l’obesità rimane una delle principali sfide di salute pubblica. Anche in Italia i numeri sono rilevanti. I dati più recenti dell’Istat relativi al 2023 indicano che quasi 23 milioni di adulti, pari al 46,3% della popolazione, sono in eccesso di peso. Di questi, circa 5,8 milioni di persone (11,8%) vivono con obesità. Il fenomeno riguarda sempre più anche l’età pediatrica. Oltre un ragazzo su quattro tra i 3 e i 17 anni (26,7%) è in eccesso di peso. Persistono inoltre marcate differenze territoriali: le prevalenze più elevate si registrano nel Mezzogiorno, con Campania (36,5%), Calabria (35,8%), Basilicata (35,0%) e Sicilia (33,8%), mentre valori più contenuti si osservano nelle Province autonome di Trento e Bolzano (15,1% e 17,4%), in Friuli Venezia Giulia (18,4%) e in Lombardia (19,5%).
Abbiamo approfondito il tema con la dottoressa Simona Bertoli, dietologa, professoressa ordinaria di Scienze dietetiche applicate all’Università degli Studi di Milano e responsabile dei Centri Obesità dell’Auxologico IRCCS della Lombardia.

Di cosa si occupa all’Istituto Auxologico IRCCS?
Sono professoressa ordinaria di Scienze dietetiche applicate all’Università degli Studi di Milano e da oltre trent’anni mi occupo di valutazione dello stato nutrizionale e di ricerca nell’ambito del sovrappeso e dell’obesità.
Dal 2018 lavoro a Milano all’Istituto Auxologico Italiano IRCCS, dove dirigo i Centri obesità lombardi e il laboratorio di ricerca sulla nutrizione e l’obesità. Inoltre, faccio parte del direttivo della Società italiana dell’Obesità. Nel laboratorio dell’Auxologico svolgiamo sia attività di ricerca di base sia studi clinici. La ricerca di base riguarda lo studio degli adipociti, cioè le cellule adipose che sono coinvolte nello sviluppo della patologia dell’obesità. Parallelamente conduciamo studi clinici di intervento per valutare l’efficacia dei diversi approcci terapeutici: dietologici, riabilitativi, chirurgici e delle nuove terapie farmacologiche.
Quali sono le principali evidenze emerse dal Rapporto sull’obesità in Italia che avete recentemente curato?
Il rapporto sull’obesità raccoglie e sintetizza le più recenti evidenze scientifiche sulla diagnosi e sul trattamento della malattia. In questa edizione è stato dedicato ampio spazio al tema della diagnosi, perché oggi si sta andando verso una definizione più articolata delle diverse forme di obesità, distinguendole per gravità e per stadio clinico.
Nel volume abbiamo analizzato anche il lavoro della Commissione pubblicato sulla rivista scientifica “The Lancet Diabetes & Endocrinology” nel 2025, che propone di distinguere tra obesità clinica e obesità preclinica. Questo approccio sottolinea anche la necessità di non basarsi esclusivamente sull’indice di massa corporea, cioè il rapporto tra peso e altezza, ma di considerare anche la quantità e la distribuzione della massa grassa, ad esempio attraverso la misurazione della circonferenza della vita e altre valutazioni della composizione corporea.
Nel Rapporto è stato inoltre dedicato un ampio spazio alle nuove terapie farmacologiche per l’obesità, che stanno aprendo una nuova fase nel trattamento della malattia. Tra queste vi sono i farmaci basati su analoghi del GLP-1, come la semaglutide, e molecole più recenti come la tirzepatide. Sono inoltre in corso numerosi studi clinici su nuove molecole attualmente nelle fasi 2 e 3 della sperimentazione.
I risultati disponibili mostrano che questi trattamenti possono portare a riduzioni di peso molto importanti, in alcuni casi comparabili a quelle ottenute con la chirurgia bariatrica. Alcuni studi indicano anche una riduzione del rischio cardiovascolare fino al 20%, oltre a benefici sulla funzione epatica e renale.
Un altro elemento importante riguarda il contesto normativo. Durante la stesura del Rapporto era in discussione in Italia una legge specifica sull’obesità. Oggi l’Italia riconosce formalmente l’obesità come malattia cronica.
L’obesità è stata riconosciuta in Italia come malattia cronica. Perché è importante?
Questo riconoscimento è molto importante perché per molti anni l’obesità è stata considerata semplicemente il risultato di cattive abitudini alimentari. Oggi sappiamo invece che si tratta di una vera e propria patologia cronica, paragonabile ad altre malattie metaboliche come il diabete.
Il riconoscimento ha anche importanti implicazioni sul piano dell’assistenza sanitaria. Attualmente non esiste ancora un codice di esenzione specifico per l’obesità e non sono stati pienamente definiti i livelli essenziali di assistenza dedicati a questa patologia. La nuova legge rappresenta quindi un passo fondamentale per garantire ai pazienti diritti di cura più chiari e uniformi sul territorio nazionale.

Auxologico San Luca a Milano
Quali sono le cause dell’obesità? Quali sono i fattori di rischio da monitorare? Come si previene?
L’obesità è una patologia multifattoriale. Esistono fattori genetici ed epigenetici che contribuiscono allo sviluppo della malattia: si stima che circa il 40-60% del rischio sia legato alla componente genetica. A questi si aggiungono fattori ambientali e comportamentali, come la qualità dell’alimentazione, il livello di attività fisica e l’esposizione a un ambiente che favorisce il consumo di alimenti ad alta densità energetica.
La prevenzione deve quindi agire su più livelli: migliorare l’educazione nutrizionale, promuovere l’attività fisica e ridurre l’esposizione della popolazione ai cosiddetti junk food.
È importante inoltre intervenire molto precocemente. La prevenzione dell’obesità inizia già durante la gravidanza e nei primi anni di vita, perché sappiamo che l’ambiente precoce può influenzare il rischio futuro di sviluppare la malattia.
Come si tratta l’obesità? Quando è necessario ricorrere alla chirurgia bariatrica?
L’obesità è una patologia cronica e, come altre malattie croniche, richiede un trattamento e un monitoraggio nel tempo. Il primo passo è sempre una diagnosi medica accurata, che permetta di definire il grado e lo stadio della malattia. In base a questa valutazione viene costruito un percorso terapeutico personalizzato che può includere interventi nutrizionali, riabilitativi, farmacologici e comportamentali. È importante evitare soluzioni non scientifiche o non sanitarie, perché purtroppo esiste ancora un grande ricorso a trattamenti non validati. Il follow-up è fondamentale e deve essere continuo nel tempo, con controlli periodici che possono avvenire ogni tre mesi, sei mesi o un anno.
La chirurgia bariatrica rappresenta l’ultima opzione terapeutica e viene presa in considerazione quando gli altri approcci non sono sufficienti o nei casi di obesità grave. In Italia vengono eseguiti circa 24 mila interventi all’anno e la decisione viene presa da un’équipe multidisciplinare composta da dietologo, dietista, psicologo e chirurgo. Negli ultimi anni le tecniche chirurgiche sono diventate più sicure e meno invasive, con una riduzione dei giorni di ricovero e delle complicanze.
In che modo la tecnologia la aiuta nel suo lavoro?
La tecnologia sta diventando sempre più importante anche nella gestione dell’obesità. All’Auxologico abbiamo pubblicato uno studio sull’utilizzo delle terapie digitali per supportare il trattamento della malattia. Questi strumenti possono aiutare i pazienti a seguire meglio le indicazioni relative alla dieta, all’attività fisica e ai cambiamenti comportamentali. Anche l’intelligenza artificiale può avere applicazioni interessanti. Esistono per esempio applicazioni che permettono di fotografare i piatti e stimare l’apporto calorico. Non sono ancora perfettamente precise, ma possono rappresentare uno strumento utile dal punto di vista educativo e per migliorare l’aderenza alla dieta.
Su cosa si sta concentrando oggi la sua attività di ricerca?
Attualmente la mia attività di ricerca si concentra soprattutto sulle nuove terapie farmacologiche per l’obesità. Un’altra area di studio riguarda le forme genetiche di obesità. Stiamo cercando di identificare le mutazioni genetiche più frequenti nei pazienti con obesità grave, con l’obiettivo di sviluppare in futuro terapie sempre più personalizzate e mirate.
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