Più che trattare la malattia, l’équipe palliativa dell’IRCCS di Reggio Emilia si prende cure dal dolore fisico ma anche della sofferenza spirituale, sociale e psicologica. Ovvero gli ambiti riconosciuti a livello internazionale come essenziali per curare una persona nella sua interezza.
Gestire i sintomi fisici, ma anche supportare la persona sofferente emotivamente. L’unità di cure palliative dell’Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (AUSL-IRCSS) di Reggio Emilia, diretta da Silvia Tanzi, gestisce ogni anno circa 700 nuovi pazienti con malattie inguaribili. «Non siamo un hospice», specifica la dottoressa. «La nostra attività si concentra sulla gestione dei sintomi e sulla qualità della vita dei pazienti, indipendentemente dalla loro specifica patologia».
Come è nato il suo interesse per le cure palliative?
Il mio interesse per le cure palliative è nato da un incontro. Circa 15 anni fa, il mio precedente primario, notando la mia sensibilità rispetto al dolore fisico dei pazienti, mi propose di frequentare un master in cure palliative. Accettai senza esitazione, non avendo mai sentito parlare prima di cure palliative. Durante il master, conobbi docenti di grande rilievo, tra cui il dottor Eduardo Bruera, uno dei fondatori della disciplina a livello mondiale. Mi innamorai della sua visione e decisi di approfondire la comunicazione in ambito medico.

Silvia Tanzi (fonte https://www.ausl.re.it/)
Questo mi portò a Houston, all’MD Anderson Cancer Center, dove svolsi la mia tesi sotto la guida del dottor Walter Baile, psichiatra e neuroscienziato esperto in comunicazione. Durante quel periodo, seguii anche il dottor Bruera nelle sue attività cliniche, confermando che la sua eccellenza nell’insegnamento si rifletteva anche nella pratica. Rientrata in Italia, quasi subito fui contattata da Massimo Costantini, noto palliativista e ricercatore, che mi propose di fondare un’unità di cure palliative all’ospedale di Reggio Emilia.
Accettai e, inizialmente finanziati da fondi del Ministero della Salute, avviammo questa unità nel 2012-2013, riproducendo uno studio chiave del 2010 della Temel. Partimmo da zero: inizialmente eravamo solo due medici, ma successivamente il team si ampliò con altri medici e infermieri. Dopo tre anni, ottenuti risultati scientifici e clinici concreti, l’unità venne stabilizzata all’interno dell’ospedale, diventando parte integrante del sistema pubblico.
Di cosa si occupa nel quotidiano il centro cure palliative dell’IRCSS di Reggio Emilia, di cui lei è responsabile?
Il nostro non è un hospice, ma un’unità ospedaliera di cure palliative. Sebbene operiamo principalmente con pazienti oncologici, il nostro lavoro è trasversale e si estende a diverse patologie. Siamo collocati sotto il dipartimento oncologico, e la nostra attività si concentra sulla gestione dei sintomi e sulla qualità della vita dei pazienti, indipendentemente dalla loro specifica patologia. Seguiamo circa 600-700 nuovi pazienti all’anno, di cui solo il 5% in fase terminale. Il nostro obiettivo principale è una presa in carico precoce e personalizzata, adattando l’intervento ai bisogni fisici, psicologici e spirituali di ciascun paziente. Collaboriamo strettamente con la rete territoriale, includendo hospice e cure domiciliari, garantendo continuità assistenziale.
In che modo vi approcciate alle persone che necessitano di questo tipo di cure? Che importanza ha il lato umano?
Il nostro approccio è basato sulla qualità di vita della persona. All’inizio del percorso, utilizziamo un questionario chiamato “IPOS” per identificare i bisogni del paziente e iniziare un percorso personalizzato. Se una persona ha dolore non controllato, insonnia o problematiche familiari, il nostro intervento si concentra su questi aspetti, coinvolgendo anche psico-oncologi e altri specialisti. L’obiettivo non è solo gestire i sintomi fisici, ma anche supportare il paziente sotto il profilo psicologico, relazionale e spirituale.
Come è composto il team che collabora con lei?
L’unità è composta da tre medici e due infermieri full-time. Collaboriamo strettamente inoltre con il servizio di psico-oncologia, una psicologa partecipa a due equipe settimanali, supportando sia i pazienti che il team stesso. Lavoriamo a stretto contatto con l’unità di bioetica e, a seconda delle necessità, attiviamo l’intervento di assistenti sociali e assistenti spirituali, anche se in Italia questa figura non è ancora molto strutturata. L’équipe è flessibile e si adatta alle esigenze dei pazienti.

Photo: Unsplash / Luis Melendez
Negli ultimi anni la tecnologia ha fatto enormi progressi. Che ruolo ha nelle cure palliative?
La tecnologia sta diventando sempre più importante nelle cure palliative. Stiamo esplorando l’uso dell’intelligenza artificiale per migliorare la gestione dei pazienti e per valutare i bisogni in modo più efficace. Inoltre, la digitalizzazione ci aiuta nella raccolta dei dati clinici e nella personalizzazione degli interventi.
Su cosa si concentra attualmente la ricerca nel campo delle cure palliative?
Attualmente ci stiamo focalizzando su due filoni principali: l’intelligenza artificiale e le compassionate community. Quest’ultimo è un movimento volto a coinvolgere la comunità nella gestione della malattia e della sofferenza, promuovendo una maggiore consapevolezza sociale. Reggio Emilia sarà una delle prime città italiane a sviluppare una compassionate community. Inoltre, conduciamo ricerche sulla formazione degli operatori sanitari, in particolare sulla comunicazione e sulla gestione delle diversità culturali nei pazienti stranieri, che rappresentano circa il 10% dei nostri assistiti. Il nostro obiettivo è garantire un approccio sempre più mirato e umano, basato su evidenze scientifiche e innovazione tecnologica.
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