9 Marzo 2026, 21:51
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Silvia Priori: «Identificare il problema per tempo significa prevenire l’arresto cardiaco»

di Annarita Cacciamani
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La cardiologia moderna punta su terapie geniche su misura, dove vettori virali e analisi del DNA correggono i difetti del cuore alla radice. La direttrice della divisione di Cardiologia Molecolare dell’IRCCS Maugeri Pavia, la dottoressa Silvia Priori, spiega come lo studio del codice ereditario stia riscrivendo il futuro della medicina.


Le malattie genetiche del cuore rappresentano una delle sfide più complesse della cardiologia moderna. Si tratta di patologie spesso silenziose, che possono manifestarsi con aritmie gravi e improvvise, ma che oggi possono essere diagnosticate e trattate in modo sempre più mirato grazie ai progressi della ricerca molecolare. Silvia Priori, professoressa ordinaria di cardiologia all’Università di Pavia (Dipartimento di Medicina molecolare), e direttrice della divisione di Cardiologia Molecolare dell’IRCSS Maugeri Pavia, racconta il suo percorso professionale e illustra come clinica, genetica e innovazione tecnologica si intreccino nella cura dei pazienti.

Come si è evoluto il suo percorso nel mondo della medicina e come si è avvicinata all’elettrofisiologia?

Ho studiato Medicina e fin dai primi anni ho maturato un forte interesse per la ricerca di base, frequentando i laboratori di fisiologia per comprendere i meccanismi alla base delle malattie. Mi interessava capire cosa accade “a monte” della manifestazione clinica. Inizialmente ero orientata verso la neurologia, attratta dal ruolo centrale dell’attività elettrica nel funzionamento dei tessuti, in particolare del cervello.

In seguito a problematiche personali, ho iniziato a frequentare la cardiologia e il laboratorio di elettrofisiologia del professor Peter Schwartz, allora ordinario di cardiologia a Milano. È stato un incontro determinante: mi sono appassionata allo studio dell’attività elettrica del cuore e non ho più abbandonato questo ambito.

Parallelamente ho proseguito la formazione nella ricerca, conseguendo un dottorato all’Università di Milano. Successivamente ho lavorato per diversi anni negli Stati Uniti, prima all’Università di Washington e poi all’Università di New York. Dal 2001 sono rientrata in Italia, a Pavia, dove ho potuto integrare in modo strutturato attività clinica e ricerca sperimentale.

Prof.ssa Silvia G. Priori_IRCCS Maugeri Pavia_camice

La divisione di Cardiologia Molecolare che lei dirige si occupa di malattie genetiche del cuore. Come avviene la diagnosi e come si costruisce il percorso di cura?

I pazienti che seguiamo presentano prevalentemente aritmie cardiache. In alcuni casi si tratta di disturbi relativamente semplici, come le extrasistole, che possono essere ben controllate con terapie farmacologiche. In altri casi, invece, le aritmie sono l’espressione di mutazioni genetiche più complesse, come quelle alla base delle cardiomiopatie.

In queste condizioni il cuore può perdere progressivamente la capacità di contrarsi in modo efficace, con una riduzione dell’apporto di ossigeno agli organi e una sintomatologia importante. La diagnosi parte sempre da una valutazione clinica accurata, dall’elettrocardiogramma e da altri esami strumentali, e viene completata dall’analisi genetica, che consente di identificare il difetto specifico presente nel singolo paziente.

Negli ultimi anni abbiamo strutturato percorsi terapeutici sempre più personalizzati. Accanto alle terapie tradizionali, ci siamo concentrati sullo sviluppo di terapie geniche, che mirano a correggere direttamente il difetto genetico e a offrire ai pazienti una prospettiva di vita significativamente migliore.

Accanto alle terapie farmacologiche, esistono interventi innovativi?

Sì. In alcuni casi è possibile ricorrere all’ablazione, una procedura che permette di intervenire in modo mirato sulle piccole aree del cuore da cui hanno origine le aritmie, eliminando il tessuto responsabile dei disturbi. È una tecnica molto precisa, ben tollerata dal paziente, che permette di intervenire senza danneggiare il tessuto sano.

Un altro ambito di grande innovazione è quello delle terapie basate su DNA o RNA. In questo caso introduciamo all’interno delle cellule cardiache sequenze genetiche in grado di correggere il difetto presente. L’obiettivo non è solo controllare la malattia, ma intervenire sulla sua causa. I progressi della biologia molecolare degli ultimi anni hanno reso questi approcci sempre più concreti.

Che ruolo hanno la tecnologia e l’intelligenza artificiale nel vostro lavoro?

La tecnologia è centrale soprattutto nello sviluppo delle terapie geniche. Utilizziamo vettori virali modificati, privati del loro DNA originale e caricati con una sequenza genetica corretta, che sono in grado di entrare selettivamente nelle cellule cardiache e di ripristinarne la funzione.

L’intelligenza artificiale viene utilizzata come supporto nell’analisi delle mutazioni genetiche e nella valutazione delle loro conseguenze cliniche. Al momento non ha ancora rivoluzionato il nostro settore, ma rappresenta uno strumento di supporto utile soprattutto in ambito diagnostico.

In che modo una diagnosi tempestiva può cambiare radicalmente il destino di un paziente a rischio?

Identificare il problema per tempo significa, in molti casi, prevenire l’arresto cardiaco. Episodi come svenimenti ripetuti, in particolare durante l’attività fisica o in situazioni di forte emozione, vengono spesso sottovalutati. In realtà possono essere il segnale di aritmie potenzialmente letali. Riconoscere precocemente queste condizioni consente oggi di intervenire con terapie efficaci e di prevenire eventi gravi, permettendo ai pazienti di condurre una vita normale e sicura.

Quali sono le malattie genetiche del cuore più diffuse?

Le patologie più frequenti sono la cardiomiopatia aritmogena, l’ipertrofica e la dilatativa. Pur essendo classificate come rare, la loro diffusione non è trascurabile. Il trattamento si basa spesso su farmaci antiaritmici ma, quando il rischio di arresto cardiaco è elevato, l’impianto del defibrillatore diventa una protezione indispensabile. Questo dispositivo monitora il battito costantemente: se riconosce un’aritmia letale, interviene in pochi secondi erogando uno shock elettrico che resetta il ritmo cardiaco. È una terapia certamente invasiva, ma resta lo strumento più efficace per salvare la vita del paziente in tempo reale.

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Laboratorio di cardiologia molecolare diretto dalla Prof.ssa Silvia Priori

Che cos’è la sindrome di Brugada e come si può intervenire per neutralizzarne i rischi?

La sindrome di Brugada è una patologia relativamente diffusa, con una prevalenza di circa un caso ogni mille abitanti. Si manifesta con aritmie ventricolari gravi, spesso già identificabili tramite un semplice elettrocardiogramma. Dopo il sospetto clinico, l’analisi genetica è il passo successivo fondamentale per definire il rischio individuale. Nei pazienti più esposti, l’impianto del defibrillatore riduce drasticamente la mortalità: questo strumento rappresenta una protezione vitale che conferma, ancora una volta, quanto sia determinante una diagnosi tempestiva.

Com’è organizzato il vostro team di lavoro e di ricerca?

Il nostro è un gruppo multidisciplinare, composto da cardiologi con competenze in biologia molecolare, ricercatori di base e biologi. Il dialogo continuo tra clinica e laboratorio è essenziale per trasferire rapidamente i risultati della ricerca ai pazienti. Collaboriamo inoltre con altri centri di ricerca internazionali in Europa e Stati Uniti.

Su cosa si concentra oggi la sua attività di ricerca?

Dopo molti anni dedicati alle malattie genetiche ereditarie, stiamo estendendo l’approccio molecolare e genetico anche a patologie più comuni dell’età avanzata, come la fibrillazione atriale, che possono comunque causare aritmie importanti. Grazie a finanziamenti nazionali ed europei, lavoriamo allo sviluppo di nuove terapie con l’obiettivo di migliorare ulteriormente prognosi e qualità di vita dei pazienti.

 

Annarita Cacciamani

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