Nell’intervista all’esperto di GVM Care & Research vengono illustrati i vantaggi dell’ablazione con elettroporazione contro le aritmie cardiache e l’importanza della diagnosi precoce.
Un recente studio clinico ha confrontato il trattamento mediante ablazione con elettroporazione, una tecnica non termica che utilizza energia elettrica, con la terapia farmacologica nei pazienti affetti da fibrillazione atriale persistente. I risultati sono stati estremamente significativi: i pazienti sottoposti ad ablazione sono rimasti più frequentemente in ritmo sinusale e hanno presentato un numero di recidive nettamente inferiore rispetto ai pazienti trattati esclusivamente con terapia farmacologica. Saverio Iacopino, coordinatore dell’Aritmologia, sezione A dell’IRCCS Maria Cecilia Hospital – GVM Care & Research e coautore dello studio, ha illustrato l’importanza di queste evidenze.
Di cosa si occupa nell’ambito della cardiologia?
Il mio campo di interesse è l’aritmologia interventistica, la branca della cardiologia che si occupa del trattamento delle aritmie cardiache attraverso metodiche innovative, principalmente basate sull’utilizzo di cateteri. La tecnica di riferimento è l’ablazione transcatetere, che consente di utilizzare diverse sorgenti energetiche per eliminare i circuiti elettrici anomali responsabili delle aritmie.
Le tecnologie oggi disponibili comprendono la radiofrequenza, che utilizza il calore, la crioablazione, che sfrutta il freddo, e la più recente elettroporazione, una metodica che impiega impulsi elettrici per raggiungere e trattare in modo selettivo i tessuti responsabili dell’aritmia. Si tratta di una disciplina che negli ultimi anni ha beneficiato di un’importante evoluzione tecnologica grazie all’integrazione con sistemi di imaging e di ricostruzione tridimensionale del cuore.
Svolgo la mia attività come aritmologo all’interno del gruppo GVM Care & Research. Coordino il settore di aritmologia nelle varie sedi operative, il cui hub principale è il Maria Cecilia Hospital di Cotignola, nel ravennate. Le altre strutture coinvolte sono Maria Pia Hospital di Torino, Città di Lecce Hospital e Maria Eleonora Hospital di Palermo.
Da un recente studio di cui lei è coautore è emersa la maggior efficacia dell’ablazione rispetto alla terapia farmacologica per trattare la fibrillazione atriale. Per quali motivi?
La fibrillazione atriale è l’aritmia di più frequente riscontro. Il paziente sintomatico avverte una sensazione spiacevole del battito cardiaco che può manifestarsi con cardiopalmo, palpitazioni, fame d’aria e anche con episodi di svenimento. Oltre ai sintomi, la fibrillazione atriale comporta un aumento del rischio ischemico cerebrale. Può infatti favorire la formazione di coaguli che possono provocare un ictus. È una patologia che può colpire sia soggetti giovani sia persone più anziane e non interessa esclusivamente cuori già malati. Può comparire anche in pazienti con un cuore strutturalmente sano. Al tempo stesso, però, la fibrillazione atriale può causare scompenso cardiaco e la combinazione tra queste due condizioni aumenta ulteriormente il rischio di eventi gravi.
Dal punto di vista clinico distinguiamo diverse forme di fibrillazione atriale. La forma parossistica è quella che compare spontaneamente e si interrompe spontaneamente; interessa più frequentemente i soggetti giovani. La forma persistente, invece, non si interrompe da sola e tende a diventare cronica se non viene trattata efficacemente. È proprio su questi pazienti che si è concentrato il trial clinico pubblicato sul “New England Journal of Medicine”. Lo studio ha confrontato il trattamento mediante ablazione con elettroporazione, una tecnica non termica che utilizza energia elettrica, con la terapia farmacologica nei pazienti affetti da fibrillazione atriale persistente. I risultati sono stati estremamente significativi: i pazienti sottoposti ad ablazione sono rimasti più frequentemente in ritmo sinusale e hanno presentato un numero di recidive nettamente inferiore rispetto ai pazienti trattati esclusivamente con terapia farmacologica. Questo dimostra che anche pazienti arrivati relativamente tardi al trattamento possono ottenere un beneficio importante grazie all’ablazione.
Tradizionalmente il paziente con fibrillazione atriale persistente viene trattato inizialmente con terapia anticoagulante e farmaci per controllare la frequenza cardiaca. Dopo circa trenta o quaranta giorni può essere sottoposto a cardioversione elettrica, proseguendo poi la terapia farmacologica nel lungo periodo. Tuttavia, questi pazienti vanno frequentemente incontro a recidive perché la causa dell’aritmia non viene eliminata. Per la prima volta questo studio dimostra una superiorità dell’ablazione rispetto alla terapia farmacologica tradizionale in questa categoria di pazienti.

Saverio Iacopino – Aritmologia ed Elettrofisiologia GVM
Quali sono i segnali di una fibrillazione atriale che il paziente stesso può cogliere?
Circa il 50% delle fibrillazioni atriali persistenti viene diagnosticato come primo riscontro e una quota significativa di questi pazienti è completamente asintomatica. Convivono con la fibrillazione atriale senza esserne consapevoli, esponendosi al rischio di complicanze come l’ictus. Per questo motivo la diagnosi precoce rappresenta oggi una delle principali sfide per la comunità scientifica. Esistono campagne di sensibilizzazione che invitano tutti a controllare periodicamente il proprio polso. È sufficiente appoggiare le dita sul polso e verificare se il ritmo è regolare oppure irregolare. Se si avverte un’irregolarità è opportuno rivolgersi al proprio medico ed eseguire un elettrocardiogramma. Oggi la tecnologia offre anche strumenti molto utili per favorire una diagnosi precoce. Molti dispositivi indossabili, come gli smartwatch, sono in grado di registrare un elettrocardiogramma, mentre alcuni misuratori automatici della pressione arteriosa possono segnalare la presenza di un ritmo irregolare.
Scegliere un intervento come l’ablazione rispetto alla terapia farmacologica non comporta alcun tipo di rischio? Quali sono gli elementi che vengono valutati per la scelta?
Esistono pazienti nei quali non vi è più indicazione a eseguire questo trattamento. La scelta dipende dalle caratteristiche cliniche del paziente e soprattutto dallo stato del cuore. Ad esempio, un atrio sinistro molto dilatato rappresenta un indice di malattia presente da molto tempo e riduce in maniera significativa le probabilità di successo sia della terapia farmacologica sia dell’ablazione. Oggi siamo in grado di selezionare con maggiore precisione i pazienti che possono realmente beneficiare dell’intervento e quelli nei quali, invece, l’ablazione non rappresenta più la strategia più efficace. L’età, di per sé, non costituisce il principale limite. Il parametro più importante è rappresentato dalla presenza di un atrio molto dilatato. Se questa condizione non è presente, l’ablazione offre elevate probabilità di successo, anche se in alcuni casi può essere necessario ripetere la procedura a distanza di un anno.
Quando invece la strategia di controllo del ritmo non è più praticabile, si passa al controllo della frequenza cardiaca. In questi casi il paziente rimane in fibrillazione atriale, ma il battito viene controllato mediante farmaci e, quando necessario, con l’impianto di un pacemaker che, insieme alla terapia medica, aiuta il cuore a funzionare in maniera più efficace.
In che modo la tecnologia sta aiutando la diagnosi e la cura delle aritmie?
L’ablazione transcatetere è stata introdotta per la prima volta nel 1985 in maniera ancora rudimentale. Tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila è stata applicata anche al trattamento della fibrillazione atriale e, da allora, l’evoluzione tecnologica è stata straordinaria. Sono stati sviluppati nuovi cateteri e nuove sorgenti energetiche — dal caldo al freddo fino all’energia elettrica dell’elettroporazione — che consentono di trattare le aritmie in modo sempre più preciso, mirato e meno traumatico per il cuore.
La svolta più importante è stata però l’integrazione con le tecniche di imaging. Oggi siamo in grado di ricostruire tridimensionalmente l’anatomia cardiaca e creare mappe elettriche che mostrano la propagazione degli impulsi anomali. Questo ci permette di individuare con precisione il punto di origine dell’aritmia e di trattarlo con la migliore strategia terapeutica possibile. L’integrazione tra imaging e innovazione tecnologica ha rappresentato uno dei maggiori progressi dell’aritmologia moderna.

Saverio Iacopino in sala ibrida
Quali altri obiettivi si pone con la sua attività di ricerca?
Ci occupiamo della prevenzione e del trattamento delle aritmie benigne ma altamente sintomatiche, come le tachicardie parossistiche che colpiscono soprattutto i soggetti giovani e le donne, così come della sindrome di Wolff-Parkinson-White, una forma congenita legata alla presenza di vie elettriche anomale che può condizionare anche il giudizio di idoneità alla pratica sportiva nei giovani.
Un altro importante filone di ricerca riguarda la sindrome di Brugada, una malattia ereditaria la cui diagnosi si basa sulla presenza di caratteristiche alterazioni dell’elettrocardiogramma. Nei pazienti che presentano una storia personale di sincopi o una familiarità per morte improvvisa è fondamentale identificare precocemente il rischio e impostare strategie di prevenzione, che possono comprendere anche l’impianto di un defibrillatore. Ci occupiamo di pazienti con scompenso cardiaco post-infarto, cardiomiopatie ipertrofiche, sindrome del QT corto, displasia aritmogena e altre condizioni nelle quali la valutazione genetica e l’impiego di dispositivi come il defibrillatore impiantabile consentono di sviluppare strategie di prevenzione sempre più efficaci.
Oggi è inoltre possibile valutare l’ablazione del substrato elettrico responsabile della sindrome. La nostra ricerca si concentra anche sull’identificazione dei pazienti a rischio intermedio o basso, attraverso l’analisi dell’elettrocardiogramma e la risposta a specifici test farmacologici, per individuare con maggiore precisione chi necessita di trattamenti più intensivi.
Naturalmente una parte molto importante della nostra ricerca continua a riguardare la fibrillazione atriale. L’integrazione tra nuove tecnologie e metodiche di imaging, come TAC e risonanza magnetica, ci permette oggi di studiare meglio il cuore e, ad esempio, di valutare la presenza di tessuto adiposo nella parete cardiaca, che potrebbe rappresentare un ostacolo al successo delle procedure ablative.
Questa attività è possibile grazie a un lavoro multidisciplinare che coinvolge non solo i medici, ma anche bioingegneri, infermieri di ricerca, statistici e numerosi altri professionisti impegnati nella raccolta dei dati, nella loro analisi e nella valutazione dei risultati.
Tutte le foto sono state fornite dall’ufficio stampa di GVM Care & Research
