16 Luglio 2026, 13:37
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Roberto Tarquini: «La relazione con il paziente è parte integrante della cura»

di Mariza Cibelle Dardi
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La medicina interna affronta oggi una complessità senza precedenti: l’invecchiamento della popolazione, la crescita delle patologie croniche e la rivoluzione digitale in sanità impongono una riflessione profonda sul ruolo del medico.

Roberto Tarquini, già titolare dell’insegnamento di Semeiotica Medica all’Università di Firenze e dottore di ricerca in Cronobiologia Clinica, ha unito nel suo percorso professionale attività didattica, pratica clinica e ricerca documentata da oltre 150 pubblicazioni su riviste internazionali. Ma al centro del suo lavoro non ci sono solo dati o protocolli: è la relazione con il paziente, un elemento che — come lui stesso sottolinea — nessuna tecnologia può sostituire.

Oggi è direttore dell’Unità complessa di Medicina Interna 1 dell’Ospedale San Giuseppe di Empoli (AUSL Toscana Centro), docente della Scuola di Specializzazione in Medicina Interna dell’Università di Firenze e vicepresidente nazionale della Società Italiana di Medicina Interna (SIMI),  e cura insieme alla dott.ssa Elena Pattini il progetto formativo “La Relazione che Cura”, un’iniziativa promossa dalla SIMI.  Il progetto nasce da una convinzione chiara: anche in un’epoca dominata dalla sanità digitale, il fulcro della medicina rimane l’incontro tra persone. Un equilibrio che unisce scienza e umanità, dove l’ascolto non rappresenta un’opzione, ma il fondamento stesso di ogni percorso diagnostico e terapeutico.

Il suo curriculum riflette un percorso di eccellenza tra accademia, clinica e impegno istituzionale. Quali sono state le esperienze fondamentali che hanno segnato la sua crescita professionale e l’hanno condotta a ricoprire ruoli di rilievo all’interno della SIMI?

Dopo la laurea, la specializzazione e il dottorato di ricerca presso l’Università di Firenze, ho continuato a lavorare nella stessa Università, in Patologia Medica prima e in Clinica Medica dopo, occupandomi, oltre che dell’attività clinica e di ricerca, anche della didattica; in particolare mi sono dedicato all’insegnamento della Semeiotica e della Medicina Interna, con particolare attenzione agli aspetti relazionali della cura. Nel 2010 ho avuto l’incarico di Coordinatore Scientifico del Dipartimento Interaziendale per la Continuità dell’Assistenza, un progetto sperimentale tra Regione e Università di Firenze sulla continuità ospedale-territorio, un tema ancora oggi al centro delle politiche sanitarie.

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Photo: Magnific / Freepik

Nel 2015 sono diventato Direttore della Medicina Interna dell’Ospedale di Empoli, ruolo che ricopro tuttora. Faccio parte da oltre 20 anni del Consiglio Direttivo della Scuola di Specializzazione in Medicina Interna dell’Università di Firenze e accolgo nella mia struttura studenti e specializzandi per periodi di tirocinio e formazione. All’interno della SIMI mi sono impegnato fin dall’ingresso in tutte le attività della Società e, in particolare, in quella della formazione. Sono stato Presidente della Sezione Tosco-Umbra e dal 2024 ricopro la carica di Vicepresidente nazionale.

In un ambito come la medicina interna, dove la gestione della complessità richiede un approccio multidisciplinare, come è organizzato concretamente il lavoro di squadra all’interno della sua unità operativa?

La medicina interna non è solo il luogo della complessità clinica, ma soprattutto uno spazio di lavoro relazionale. Nella nostra unità operativa convivono competenze diverse — medici strutturati, specializzandi, infermieri e altri professionisti sanitari — che collaborano in modo continuo attorno al paziente, condividendo decisioni, informazioni e responsabilità. La complessità dei pazienti internistici richiede infatti una rete di lavoro molto integrata: nessuno lavora davvero da solo, ma all’interno di un sistema in cui il confronto quotidiano diventa parte del processo di cura.

Per questo motivo cerchiamo di dare spazio anche alla formazione interna sulle competenze relazionali e comunicative. Queste esperienze formative aiutano il team a sviluppare una consapevolezza condivisa delle dinamiche relazionali che entrano in gioco nella pratica clinica quotidiana, sia tra professionisti sia nel rapporto con pazienti e familiari.

L’assenza di competenze relazionali strutturate incide in modo particolare su alcuni momenti della pratica clinica. Quali sono, secondo la sua esperienza, i contesti in cui questa carenza si rivela più determinante?

Tutti i momenti della cura richiedono competenze relazionali: in medicina, la relazione non è solo uno strumento della cura, ma ne è parte integrante. Tuttavia, esistono alcuni passaggi della pratica clinica in cui il “gap formativo” sulle competenze comunicative emerge in modo particolarmente evidente. Il primo è l’incontro iniziale con il paziente: il modo in cui si costruisce il primo dialogo, come si ascolta e si raccolgono i bisogni della persona, può orientare fin dall’inizio il rapporto di fiducia e la qualità dell’alleanza terapeutica.

Un secondo ambito molto delicato è la gestione dei familiari: spiegare con semplicità, accogliere le preoccupazioni e gestire le inevitabili tensioni richiede competenze specifiche che raramente vengono insegnate in modo strutturato. Infine, ci sono i momenti più complessi dal punto di vista umano e professionale: la comunicazione della cattiva notizia e la gestione del fine vita. Sono situazioni in cui il medico deve coniugare chiarezza, empatia e responsabilità decisionale. Proprio per questo credo che la formazione sulle competenze relazionali dovrebbe diventare una parte più esplicita e sistematica del percorso formativo dei professionisti sanitari e dei medici in particolare.

L’evoluzione della relazione medico-paziente è influenzata dall’uso sempre più diffuso di strumenti di ricerca autonoma e intelligenza artificiale. Quali effetti osserva nella sua pratica quotidiana?

È inevitabile che l’uso di strumenti di ricerca autonoma e di intelligenza artificiale da parte dei pazienti sia destinato ad aumentare. È un cambiamento culturale e tecnologico con cui la medicina deve confrontarsi, non qualcosa che possiamo o dobbiamo arrestare. Per questo credo sia importante non svalutare mai il paziente o il familiare che arriva dicendo di aver cercato informazioni su Google o di aver ottenuto una possibile diagnosi da strumenti come ChatGPT: spesso questo riflette un bisogno di capire e di partecipare al proprio percorso di cura.

Il punto chiave è far comprendere che la cura è un processo complesso, che integra conoscenze scientifiche, esperienza clinica e competenze relazionali. Il medico può certamente utilizzare anche strumenti digitali e di intelligenza artificiale, ma resta la figura in grado di interpretare le informazioni, gestire la complessità e assumere la decisione più appropriata per quello specifico paziente.

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Photo: Magnific / Freepik

La relazione interpersonale gioca un ruolo chiave nell’aderenza terapeutica. Fino a che punto, nella sua esperienza, una comunicazione efficace può migliorare l’esito delle cure?

Nella mia esperienza la correlazione tra qualità della relazione e aderenza terapeutica è molto forte. Dove non si riesce a costruire una vera alleanza terapeutica è difficile ottenere non solo aderenza, ma anche persistenza nel tempo. Il punto, infatti, non è soltanto convincere un paziente a iniziare una terapia, ma soprattutto, nelle malattie croniche, mantenerla nel lungo periodo, spesso per tutta la vita. Questo diventa possibile solo quando si riesce a costruire un rapporto di fiducia tra medico e paziente.

Quando la persona si sente ascoltata e realmente coinvolta, è molto più propensa ad aderire non solo alla singola terapia, ma più in generale all’intero percorso di cura proposto. Naturalmente questo non può avvenire in una logica paternalistica. La scelta terapeutica dovrebbe nascere da un equilibrio tra le migliori evidenze scientifiche disponibili e i valori, le aspettative e le possibilità del paziente. Se una terapia viene proposta senza tenere conto della persona che abbiamo di fronte, delle sue priorità e della sua disponibilità ad accettarla, difficilmente potrà essere mantenuta nel tempo. Proprio per questo la relazione diventa una componente essenziale dell’efficacia della cura.

La SIMI si prepara ad affrontare sfide sempre più complesse. Su quali aspetti concentrerà maggiormente l’attenzione per rispondere alle esigenze dei pazienti fragili e alla complessità clinica?

Nei prossimi anni la priorità della SIMI sarà far crescere la medicina interna nella capacità di gestione di una complessità clinica sempre maggiore, legata soprattutto all’invecchiamento della popolazione, alla multimorbidità e alla fragilità dei pazienti. In questo contesto sarà fondamentale rafforzare il ruolo dell’internista come figura capace di integrare competenze diverse e governare la complessità, evitando una frammentazione eccessiva delle cure. Un altro ambito centrale riguarda la formazione delle nuove generazioni di internisti, non solo sul piano scientifico e tecnologico, ma anche su quello organizzativo, decisionale e relazionale.

La capacità di relazione empatica è spesso considerata una soft skill, ma in realtà diventerà sempre più centrale proprio con la crescita della tecnologia e degli assistenti digitali. Questi strumenti possono aiutare il medico a ridurre il peso delle attività burocratiche e a supportare la costruzione dei percorsi diagnostico-terapeutici, ma il tempo che si libererà dovrà essere investito soprattutto nella relazione con il paziente. È proprio questa dimensione che i pazienti segnalano più spesso come carente e che è alla base dell’insoddisfazione del trattamento ricevuto. Non a caso, anche una parte significativa delle controversie medico-legali nasce più da problemi di comunicazione con il paziente o con i familiari che da veri errori clinici.

Accanto a questo, la SIMI continuerà a promuovere ricerca clinica, innovazione e utilizzo consapevole delle nuove tecnologie, inclusi gli strumenti digitali e l’intelligenza artificiale, che possono rappresentare un supporto importante nella gestione dei dati e dei percorsi assistenziali complessi.

 

Mariza Cibelle Dardi

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