19 Agosto 2026, 14:10
19 Agosto 2026, 14:10
Home » Roberto Garbo: «La TAC coronarica rileva il rischio cardiovascolare»

Roberto Garbo: «La TAC coronarica rileva il rischio cardiovascolare»

di Annarita Cacciamani
Roberto_Garbo
Dalle nuove tecnologie per le angioplastiche complesse alla prevenzione primaria, il punto del direttore del programma CTO di Maria Pia Hospital di Torino sulle novità della cardiologia.

Diagnosticare la malattia coronarica prima del manifestarsi di un infarto e trattare occlusioni fino a poco tempo fa ritenute inoperabili tramite procedure mini-invasive è la nuova frontiera della cardiologia interventistica. Al Maria Pia Hospital di Torino, ospedale di alta specialità del gruppo GVM Care & Research, l’impiego dell’imaging intracoronarico e della TAC coronarica con mezzo di contrasto consente oggi di individuare precocemente il rischio cardiovascolare, portando la prevenzione al centro della cura anche nei soggetti apparentemente sani. Ne abbiamo parlato con Roberto Garbo, direttore del programma CTO (Chronic Total Occlusion) e Angioplastiche coronariche complesse presso la struttura torinese.

Quali sono state le tappe più importanti della sua carriera?

Mi sono laureato in Medicina a Torino dove ho poi conseguito la specializzazione. Ho mosso i primi passi nella cardiologia interventistica all’ospedale di Cuneo, ma la tappa fondamentale della mia carriera è stata la fellowship a Marsiglia, in Francia, in cardiologia interventistica. Quella esperienza si è rivelata decisiva per la mia formazione professionale.

Successivamente ho lavorato per vent’anni all’ospedale San Giovanni Bosco di Torino, diventando responsabile dell’emodinamica a 35 anni. In quegli anni abbiamo strutturato un gruppo di lavoro specializzato nelle angioplastiche coronariche e nel trattamento della cardiopatia ischemica, che rappresenta tuttora la prima causa di morte nel mondo occidentale. Dal 2006 mi sono dedicato in particolare al trattamento delle occlusioni coronariche croniche, la parte più difficile e complessa delle angioplastiche. All’epoca la scuola giapponese era pioniera in questo settore e da loro abbiamo appreso tecniche allora considerate pionieristiche. Dal 2020 lavoro al Maria Pia Hospital di Torino.

Roberto Garbo al congresso Turin CTO & CHIP

Quali sono state le principali evidenze emerse nella recente edizione di Turin CTO & CHIP?

Uno dei temi principali ha riguardato il corretto utilizzo del supporto meccanico nelle angioplastiche ad alto rischio. Oggi è emersa l’importanza di selezionare accuratamente i pazienti con compromissione della funzione ventricolare sinistra che necessitano realmente di questo tipo di supporto, superando la tendenza del passato a un impiego più estensivo.

Un altro aspetto fondamentale riguarda la possibilità di ottenere una rivascolarizzazione completa delle coronarie anche in pazienti estremamente complessi. Grazie alle nuove tecnologie e all’esperienza maturata negli anni, oggi riusciamo a trattare casi che un tempo erano considerati inoperabili. Al congresso abbiamo inoltre confermato la centralità dell’imaging intracoronarico nelle lesioni complesse: l’ecografia intravascolare ci permette infatti di esaminare l’interno delle coronarie con una precisione molto elevata.

Un’altra importante novità scientifica emersa riguarda i dati dello studio ALL-RISE, che evidenziano l’importanza della valutazione funzionale delle lesioni coronariche attraverso software avanzati in grado di analizzare la severità dei restringimenti osservati durante la coronarografia, verificando se una stenosi coronarica sia realmente funzionalmente significativa e provochi effettivamente ischemia miocardica.

L’edizione del congresso, organizzato da Maria Pia Hospital e dall’ospedale Maria Vittoria dell’Asl Città di Torino, ha registrato oltre 600 partecipanti, per il 70% stranieri. Abbiamo effettuato 14 procedure live, anche con specialisti provenienti da Canada, Egitto, Germania e Inghilterra, tutte concluse con successo.

 

Di cosa si occupa al Maria Pia Hospital?

Al Maria Pia Hospital mi occupo principalmente del trattamento delle occlusioni coronariche croniche e delle angioplastiche coronariche complesse. Riceviamo pazienti da tutta Italia, spesso persone che non sono riuscite a essere trattate altrove. Mi occupo soprattutto delle lesioni calcifiche e delle occlusioni croniche coronariche, cioè casi in cui vasi e coronarie sono completamente chiusi da molto tempo. Tutti questi interventi vengono effettuati con tecniche mini-invasive, generalmente passando dall’arteria radiale del polso oppure dalla femorale, senza necessità di aprire il torace.

Quando è necessaria un’angioplastica coronarica complessa?

L’intervento è necessario quando esiste una chiara indicazione clinica. I pazienti possono presentare sintomi come angina, mancanza di fiato, dispnea o ridotta tolleranza allo sforzo. Inoltre, eseguiamo test non invasivi che evidenziano ischemia miocardica, cioè una sofferenza del cuore dovuta a insufficiente afflusso di sangue. Oggi disponiamo anche della risonanza magnetica da stress e di altri esami avanzati che consentono di valutare quanta parte del miocardio sia a rischio.

In base ai risultati e alla coronarografia si decide se il paziente debba essere sottoposto a un’angioplastica complessa. In passato l’unica alternativa era il bypass cardiochirurgico. Oggi invece esistono molte opzioni mini-invasive: il bypass continua a essere necessario in alcuni casi molto complessi, ma la percentuale è decisamente diminuita.

Come è cambiato negli anni il suo lavoro grazie alla tecnologia?

Il lavoro è cambiato enormemente. Quando nel 2006 ho iniziato a trattare le occlusioni croniche, eravamo ancora in una fase pionieristica e il successo degli interventi non superava il 70%. Oggi, grazie ai nuovi materiali, alle nuove guide, ai microcateteri e soprattutto all’imaging intracoronarico, siamo arrivati a percentuali di successo del 98-99%, anche in casi molto difficili. Le nuove guide ci permettono di attraversare rami collaterali piccolissimi e riaprire coronarie completamente occluse passando da una coronaria all’altra, cosa che un tempo era impossibile.

WhatsApp Image 2026-05-15 at 18.42.32

Anche il laser rappresenta una tecnologia molto importante. Questa tecnica permette di vaporizzare la placca calcifica quando non si riesce a superarla nemmeno con il palloncino.

Su cosa si concentra oggi la ricerca nel suo ambito?

La ricerca oggi si concentra soprattutto sul trattamento delle lesioni calcifiche, che sono le più difficili da affrontare, con pazienti sempre più anziani e con arterie molto calcificate. Per questo utilizziamo nuove tecnologie come la litotripsia intravascolare: palloncini dotati di ultrasuoni che frammentano la placca calcifica con un principio simile a quello utilizzato per i calcoli renali.

Un altro obiettivo è ridurre la lunghezza degli stent. Oggi si utilizzano sempre di più i palloni medicati, che rilasciano farmaci antiproliferativi direttamente nella parete della coronaria senza lasciare metallo permanente. Si parla infatti di trattamento ibrido: stent nel tratto principale del vaso e palloni medicati nei segmenti più piccoli. Esistono inoltre stent di ultimissima generazione, nei quali parte della struttura si riassorbe nel tempo permettendo all’arteria di mantenere una fisiologia più naturale.

Parliamo di prevenzione: come tutelarsi dal rischio cardiovascolare?

Esiste un fattore di rischio che non possiamo modificare: la familiarità, ovvero famiglie in cui più persone sviluppano la stessa malattia cardiovascolare o genitori che hanno avuto infarti in giovane età. Su tutto il resto invece possiamo intervenire: fumo, colesterolo alto, sovrappeso, diabete, alimentazione e stile di vita. Il fumo è uno dei principali fattori di rischio da eliminare, con un impatto enorme sulla cardiopatia ischemica. Anche alimentazione corretta e attività fisica sono fondamentali.

Negli ultimi dieci anni una vera rivoluzione è stata rappresentata dalla TAC coronarica con mezzo di contrasto. Questo esame consente di vedere le coronarie in modo non invasivo e di fare diagnosi precoce di malattia coronarica, anche in pazienti senza sintomi. Ad esempio, un soggetto di 55 anni con colesterolo alto, diabete e familiarità, anche se asintomatico, dovrebbe essere valutato attentamente e potrebbe beneficiare di una TAC coronarica preventiva. Un altro elemento importante è il colesterolo HDL basso, il cosiddetto “colesterolo buono”: quando è molto basso, soprattutto in presenza di familiarità, aumenta significativamente il rischio cardiovascolare. La prevenzione resta quindi la strategia più importante per arrivare prima della comparsa dell’infarto e trattare i pazienti in modo efficace.

 

Annarita Cacciamani

Ti potrebbe piacere

Lascia un commento