21 Aprile 2026, 5:58
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Quando l’empatia diventa parte della cura

di Mariza Cibelle Dardi
Freepik - Drazen Zigic
La Società Italiana di Medicina Interna mette al centro l’empatia e la comunicazione clinica, proponendo un nuovo modello di formazione per rispondere alla crescente necessità di ascolto e umanizzazione nelle cure mediche.

In un contesto sanitario dominato da strumenti diagnostici sofisticati e dalla tendenza dei pazienti alla ricerca autonoma di informazioni sul web e tramite intelligenza artificiale, la comunicazione non è un elemento accessorio, ma parte integrante della terapia. Non si tratta solo di trasmettere informazioni cliniche, ma di costruire una relazione capace di incidere sull’aderenza terapeutica, sulla fiducia e sulla comprensione del percorso di malattia.

Secondo un’indagine pubblicata da “Il Sole 24 Ore”, quasi un italiano su cinque ritiene insufficienti o poco chiare le informazioni ricevute su diagnosi e terapie. Il problema riguarda non solo la quantità di tempo dedicata al colloquio, ma anche la qualità dello scambio: il linguaggio utilizzato, la capacità di ascolto, la gestione delle emozioni e la scelta del momento e del contesto in cui comunicare notizie delicate.

In questo quadro, l’empatia non è solo un valore etico ma anche un elemento con basi neurofisiologiche e implicazioni cliniche. È ormai assodato infatti come una relazione empatica possa ridurre l’ansia del paziente, migliorare l’aderenza alle cure e facilitare la condivisione delle decisioni terapeutiche. Anche aspetti apparentemente secondari, come la postura, il contatto visivo o la micro-gestualità, contribuiscono a costruire un clima di fiducia.

Per rafforzare (anche) queste competenze, è stato organizzata a Milano il 12 e 13 marzo 2026 la seconda edizione del corso La Relazione che Cura. Basi teorico-pratiche della comunicazione empatica con il paziente, promosso dalla Società Italiana di Medicina Interna (SIMI).

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Photo: Freepik / jcomp

L’importanza della relazione

Riconoscere la vulnerabilità del paziente/persona permette al medico di calibrare il proprio stile comunicativo. A guidare i partecipanti è la dottoressa Elena Pattini, psicoterapeuta e docente presso l’Università di Parma, che osserva nella nota stampa: «Il paziente più orientato agli aspetti cognitivi desidera spiegazioni dettagliate e tecniche, mentre il paziente emotivo ha bisogno prima di tutto di sentirsi ascoltato e che il suo vissuto della malattia venga riconosciuto».

La dottoressa sottolinea inoltre un altro aspetto fondamentale: la qualità dell’assistenza trae grande beneficio dall’attitudine del medico ad ascoltare attivamente e a tradurre la complessità clinica in concetti chiari per i pazienti e per i familiari, ancor più quando il tempo a disposizione è poco. Saper governare il proprio vissuto interiore permette di superare quel distacco che il medico spesso usa come scudo protettivo, ma che rischia di minare la fiducia del paziente. Gestire correttamente il carico emotivo non aiuta solo l’assistito, ma tutela anche il clinico dal rischio di burnout.

D’accordo anche Roberto Tarquini, Vice Presidente SIMI: «Il medico che comunica bene è percepito come più competente, crea fiducia, favorisce l’aderenza alle terapie e riduce il rischio di contenzioso». L’obiettivo finale del percorso formativo non è trasformare l’internista in uno psicologo, ma fornirgli gli strumenti per prendersi cura della persona a 360 gradi, investendo sulla fiducia nel sistema sanitario e sulla sostenibilità della pratica medica.

Mariza Cibelle Dardi

Photo cover: Photo: Freepik / Drazen Zigic

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