Il controllo rigoroso della pressione arteriosa, del colesterolo, del diabete, il mantenimento di un peso adeguato, l’attività fisica regolare e la stimolazione cognitiva possono ridurre in modo significativo la probabilità di sviluppare demenza.
Oggi la demenza non è più una condizione da scoprire quando è ormai troppo tardi: può essere intercettata e, in molti casi, rallentata. Al centro della ricerca scientifica attuale troviamo biomarcatori sempre più precisi, tecnologie d’avanguardia e strumenti predittivi capaci di individuare precocemente chi è a rischio. Ne abbiamo parlato con il professore Paolo Maria Rossini, direttore del dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione dell’IRCCS San Raffaele Roma. Il professore spiega i cambiamenti avvenuti negli ultimi anni, i segnali da non sottovalutare e perché intervenire nella fase del Mild Cognitive Impairment (MCI) — il disturbo cognitivo lieve — rappresenti la vera svolta per la salute del singolo e per una migliore gestione del sistema sanitario nazionale.
Qual è il suo percorso professionale?
La mia carriera si è sviluppata tra università italiane e istituzioni internazionali. Dopo gli inizi accademici in Italia, ho svolto attività di ricerca negli Stati Uniti, alla State University of New York, e ho ricoperto incarichi di docenza e direzione in diversi atenei, tra cui l’Università di Roma “Tor Vergata”, l’Università Campus Bio-Medico e l’Università Cattolica. Dal 2011 al 2019 ho diretto la neurologia del Policlinico Gemelli, coordinando per lungo tempo strutture complesse e centri di eccellenza. Il filo conduttore del mio operato è sempre stata la ricerca traslazionale, cioè il trasferimento delle scoperte scientifiche nella pratica clinica. Nel 2014 sono stato eletto presidente della International Federation of Clinical Neurophysiologists, primo italiano in settant’anni di storia della federazione canadese. Ho coordinato progetti europei e nazionali dedicati all’invecchiamento cerebrale e sono stato responsabile del progetto Interceptor, il primo programma italiano focalizzato sulla prevenzione della progressione verso la malattia di Alzheimer. Dal 2019 dirigo il dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione del San Raffaele di Roma, dove integriamo assistenza clinica, ricerca e innovazione tecnologica per migliorare la diagnosi e la gestione delle malattie neurodegenerative.

IRCCS San Raffaele (Roma)
Lei si occupa di demenza e invecchiamento cerebrale patologico. Quali progressi sono stati fatti di recente?
Negli ultimi anni abbiamo compiuto passi avanti decisivi nella comprensione dei meccanismi biologici che stanno alla base delle demenze. Questo ha permesso di sviluppare strumenti diagnostici sempre più raffinati e di individuare biomarcatori utili a intercettare la malattia in fase molto precoce. Ma il progresso più rilevante riguarda la prevenzione. Oggi sappiamo che molti fattori di rischio sono modificabili. Il controllo rigoroso della pressione arteriosa, del colesterolo, del diabete, il mantenimento di un peso adeguato, l’attività fisica regolare e la stimolazione cognitiva possono ridurre in modo significativo la probabilità di sviluppare demenza. Gli studi indicano che intervenendo precocemente su questi elementi si può evitare la malattia in circa un terzo dei soggetti che altrimenti si ammalerebbero. E nei casi in cui la patologia compare comunque, l’evoluzione può essere più lenta e meno invalidante. In diversi Paesi occidentali si osserva già un rallentamento dell’incidenza annuale dei nuovi casi, segno che la prevenzione sta producendo effetti concreti.
I biomarcatori riguardano solo le demenze o anche patologie come il morbo di Parkinson?
La malattia di Alzheimer rappresenta la forma più frequente di demenza. Il Parkinson, invece, è una patologia neurodegenerativa principalmente motoria, che può associarsi a deterioramento cognitivo solo in una parte dei casi e generalmente dopo molti anni. I biomarcatori sono differenti a seconda della malattia. Nel caso dell’Alzheimer si studiano alterazioni genetiche, e la presenza di proteine patologiche come la beta-amiloide (che forma placche all’esterno dei neuroni) e la tau (che crea grovigli all’interno delle cellule, danneggiandole). Queste si individuano attraverso la PET (Tomografia a Emissione di Positroni) — un esame che permette di visualizzare l’attività metabolica e i depositi di tali proteine nel cervello — l’analisi del liquido cerebrospinale e, sempre più spesso, esami del sangue. A questi si aggiungono valutazioni neurofisiologiche, test neuropsicologici dettagliati e lo studio dell’elettroencefalogramma con metodiche di analisi del segnale molto avanzate che permettono di studiare la connettività delle varie aree cerebrali. È fondamentale chiarire che un biomarcatore alterato non equivale automaticamente a una diagnosi. Va interpretato nel contesto clinico complessivo. Inoltre, stiamo studiando con crescente attenzione i fattori di resilienza: alcune persone, pur presentando fattori di rischio o alterazioni biologiche, non sviluppano mai una demenza. Probabilmente la malattia è il risultato di un equilibrio tra fattori di rischio e fattori protettivi.

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Quali segnali dovrebbero spingere una persona a rivolgersi a uno specialista?
La storia familiare è un elemento importante: avere più casi di demenza nelle generazioni precedenti richiede maggiore attenzione. Anche la presenza di fattori di rischio cardiovascolari mal controllati deve far riflettere. Sul piano clinico, i primi segnali sono spesso sottili. Non si tratta della dimenticanza occasionale di dove si sono messi gli occhiali, ma di errori che iniziano a interferire con la vita quotidiana, come dimenticare appuntamenti importanti o impegni professionali rilevanti. Cambiamenti marcati del carattere, perdita di interesse, ritiro sociale o comportamenti inusuali possono rappresentare campanelli d’allarme. In questi casi è consigliabile rivolgersi a un Centro per i Disturbi Cognitivi e le Demenze, presente nelle principali strutture ospedaliere, per una valutazione specialistica completa.
Quanto contano tecnologia e intelligenza artificiale nella vostra attività clinica?
La tecnologia è ormai centrale. Utilizziamo risonanza magnetica ad alta definizione per valutare volumi e atrofie cerebrali, PET per analizzare metabolismo e depositi proteici, analisi del liquido cerebrospinale, oltre a batterie di test neuropsicologici che fotografano con precisione le diverse funzioni cognitive. L’integrazione di questi dati, insieme alla storia clinica e familiare e, quando indicato, ai test genetici, consente di fare diagnosi precoce e di stratificare il rischio nei soggetti che presentano sintomi minimi. Oggi possiamo stimare con buona approssimazione se una persona abbia un rischio alto, medio o basso di sviluppare demenza nei successivi tre o quattro anni.
Su cosa si concentra oggi la sua ricerca?
L’attenzione è rivolta al Mild Cognitive Impairment, una condizione intermedia tra invecchiamento normale e demenza conclamata. In Italia si stima che circa un milione di persone si trovi in questa fase. Meno della metà evolverà verso una demenza; le altre resteranno stabili. La sfida è identificare fin dall’inizio chi è realmente a rischio. Abbiamo sviluppato uno strumento predittivo chiamato “Nomogramma”, con il contributo degli statistici dell’Istituto Superiore di Sanità, capace di individuare con un’accuratezza dell’82% quali soggetti con Mild Cognitive Impairment svilupperanno demenza nei tre-cinque anni successivi. Il modello è stato presentato all’AIFA, Agenzia Italiana del Farmaco, e al Ministero della Salute con l’obiettivo di supportare la programmazione sanitaria nazionale. L’obiettivo non è solo ritardare la malattia, ma ridurne drasticamente l’impatto sociale. Se riusciamo a intervenire molto presto e a rallentare l’evoluzione, possiamo preservare autonomia e qualità di vita per molti anni, trasformando quella che oggi è una grande emergenza sanitaria in una condizione sempre più gestibile.
Photo cover: Ufficio stampa dell’ospedale IRCCS San Raffaele di Roma

