Mary E. Brunkow, Fred Ramsdell e Shimon Sakaguchi hanno vinto il premio Nobel per la Medicina, grazie agli studi sulla tolleranza immunitaria periferica: verso terapie innovative per combattere tumori e malattie autoimmuni.
C’è un meccanismo all’interno del nostro organismo che ha il compito di proteggerci. È il sistema immunitario e il suo compito è quello di attaccare ed eliminare batteri, virus e altri agenti patogeni, insomma ciò che potrebbe provocare danni al nostro corpo. Ma in alcuni casi, questo sistema non funziona come dovrebbe: non riconosce il nemico e quindi non lo combatte, oppure dopo aver eliminato il problema attacca anche i tessuti del nostro organismo.
Ma come funziona questo processo e perché a volte il sistema immunitario non riesce a svolgere il suo compito? La risposta si trova nei linfociti T, in particolare nelle cellule T-regolatrici (T-reg). A svelarlo, i neo vincitori del Premio Nobel per la Medicina, Mary E. Brunkow, Fred Ramsdell e Shimon Sakaguchi, che hanno provato a dare una risposta a queste domande, con scoperte sul meccanismo della tolleranza immunitaria periferica che possono aprire la strada a terapie innovative.

Photo: Ill. Niklas Elmehed © Nobel Prize Outreach
«Le loro scoperte sono state decisive per la nostra comprensione del funzionamento del sistema immunitario e del motivo per cui non tutti sviluppiamo gravi malattie autoimmuni», ha dichiarato Olle Kämpe, Presidente del Comitato Nobel, annunciando il riconoscimento.
Una ricerca che dura da 30 anni
Tutto ebbe inizio nell’ultimo decennio dello scorso millennio, quando tre ricercatori intrapresero studi differenti, ma fra loro complementari. Erano Sakaguchi, dell’Università di Osaka a Suita (Giappone), Brunkow, biologa molecolare presso l’Istituto di Biologia dei Sistemi di Seattle, e Ramsdell, consulente scientifico presso la società Sonoma Biotherapeutics di Bainbridge Island (Washington). Fino ad allora si credeva che la tolleranza immunitaria si sviluppava solo a causa dell’eliminazione di cellule immunitarie potenzialmente dannose, ma Sakaguchi, nel 1995 scoprì l’esistenza di un’altra classe, le cellule T regolatorie.
Pochi anni dopo, nel 2001, Brunkow e Ramsdell, durante uno studio sulle malattie autoimmuni, dimostrarono anche che il gene FOXP3, se mutato, è responsabile di una rara e grave sindrome di questo tipo. Due anni dopo, Sakaguchi riuscì a collegare le due scoperte, dimostrando che proprio questo gene è responsabile dello sviluppo delle cellule T-reg. Egli notò, infatti, che i topi privi di queste cellule sviluppano malattie autoimmuni: le cellule T-reg hanno il compito di monitorare le altre cellule immunitarie impedendo loro di attaccare per errore i tessuti dell’organismo. Da qui, il processo chiamato tolleranza immunitaria periferica.
Tornando all’esperimento sui topi con malattie autoimmuni, Sakaguchi notò come la progressione della malattia autoimmune si arrestava, impiantando queste cellule. Così, si è passati a studiare le persone, comprendendo che chi è affetto da alcune malattie autoimmuni (come diabete di tipo 1, lupus, artrite reumatoide e sclerosi multipla) ha spesso un numero insufficiente di T-reg.
L’importanza delle T-reg dalla teoria alla pratica
Le cellule T-reg aprono dunque la strada a diverse sperimentazioni cliniche. Per quanto riguarda le malattie autoimmuni si sta studiando come aumentare la formazione di queste cellule, anche attraverso la moltiplicazione in laboratorio (e la successiva reimmissione) di cellule T-reg precedentemente prelevate dal paziente stesso.

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Per quanto riguarda i tumori, invece, i ricercatori hanno scoperto che essi attraggono queste cellule per proteggersi dal sistema immunitario. La sfida, in questo campo, sarà dunque trovare un modo per abbattere questa barriera, facendo in modo che il sistema immunitario possa attaccare il tumore.
Anche i trapianti potrebbero beneficiare di questo approccio: espandere o trasferire T-reg significa infatti ridurre il rischio di rigetto. Queste scoperte sono già state sfruttate da molte case farmaceutiche, che stanno realizzando prodotti per regolare o potenziare le cellule T-reg. Insomma, un campo in piena evoluzione e che può aprire la strada a percorsi terapeutici innovativi per patologie autoimmuni, trapianti e malattie oncologiche. «Questo lavoro ha stimolato lo sviluppo di trattamenti che potrebbero cambiare radicalmente il modo in cui curiamo alcune delle patologie più complesse del nostro tempo», ha sottolineato il Comitato Nobel nella motivazione ufficiale per l’assegnazione del Premio Nobel.
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