Malattie rare, assistenza ai pazienti complessi, intelligenza artificiale e ricerca sul sistema nervoso autonomo nell’intervista al direttore dell’unità operativa complessa di Medicina interna, Immunologia e Allergologia al Policlinico di Milano e presidente della Società italiana di Medicina interna.
L’invecchiamento della popolazione con il conseguente aumento delle patologie croniche stanno cambiando il lavoro dei reparti di Medicina interna. Alla gestione di pazienti sempre più complessi, si affiancano centri altamente specializzati per le malattie rare, come la sclerodermia. Ne parliamo con Nicola Montano, direttore unità operativa complessa di Medicina interna, Immunologia e Allergologia al Policlinico di Milano, professore ordinario di Medicina interna all’Università di Milano e presidente della Società italiana di Medicina interna.
Quali sono state le tappe più importanti della sua carriera?
Ci sono stati due momenti che hanno segnato profondamente il mio percorso professionale. Il primo risale al quarto anno di Medicina a Milano, quando decisi di svolgere un internato in Medicina interna, nonostante all’epoca fossi orientato verso la psichiatria. Incontrai Alberto Malliani, diventato il mio mentore. Mi ha insegnato che il medico non deve limitarsi a curare una malattia, ma deve prendersi cura della persona nella sua interezza. Allo stesso tempo mi ha trasmesso l’idea che la ricerca sia parte integrante della professione. Nel corso degli anni ho seguito molte delle tappe del suo percorso. Sono diventato internista, oggi ricopro il ruolo di presidente della Società italiana di Medicina interna e ho proseguito il filone di ricerca che lui aveva avviato, sviluppandolo e ampliandolo secondo i miei interessi scientifici. Il secondo momento è il periodo trascorso negli Stati Uniti. È stata un’esperienza estremamente formativa, che mi ha permesso di confrontarmi con una realtà diversa, ampliando le mie competenze scientifiche e tecniche ed umane.
Di cosa si occupa oggi al Policlinico di Milano?
Dirigo una struttura complessa che si sviluppa su tre attività strettamente integrate tra loro. La prima è la Medicina interna, dedicata a pazienti complessi, prevalentemente anziani e pluripatologici, spesso caratterizzati anche da importanti bisogni socio-assistenziali. La seconda riguarda gli ambulatori di Immunologia, dove ci occupiamo sia di malattie rare immunologiche sia di altre patologie del sistema immunitario particolarmente rilevanti. Infine, c’è l’attività di Allergologia, che comprende la gestione di malattie allergologiche rare ma rappresenta anche un centro di riferimento per numerose patologie allergiche molto diffuse.

Quali patologie trattate al Centro malattie rare immunologiche?
Il nostro principale ambito di specializzazione è la sclerodermia. Si tratta di una vocazione sviluppata da Raffaella Scorza, che ha diretto il reparto prima di me e ha dedicato gran parte della sua attività clinica e di ricerca a questa patologia. La sclerodermia è una malattia immunologica rara che colpisce soprattutto donne giovani.
È una patologia sistemica, progressiva, che può avere un impatto molto importante sia sulla qualità della vita sia sulle funzioni vitali. Abbiamo una Scleroderma Unit, sostenutea anche dal Gruppo italiano per la lotta alla sclerodermia, un’associazione di pazienti. Inoltre, seguiamo altre malattie immunologiche rare, come alcune forme di vasculite dei grossi vasi.
Cos’è la sclerodermia?
La sclerodermia è una malattia del tessuto connettivo, cioè di quel tessuto che costituisce la struttura di sostegno dell’organismo e tiene insieme pelle, muscoli, vasi sanguigni e altri organi. In questa patologia il tessuto connettivo prolifera in modo anomalo e invade gli spazi normalmente occupati da capillari, vasi e tessuti. Il risultato è un progressivo processo di fibrosi che può interessare la cute, le mucose e numerosi organi interni. Quando coinvolge l’esofago e il tratto gastrointestinale può provocare disfagia e altri disturbi digestivi; se interessa i polmoni determina alterazioni della funzione respiratoria. Esistono forme limitate, in cui la malattia riguarda prevalentemente la pelle con fenomeni di retrazione e assottigliamento cutaneo, e forme sistemiche, che possono estendersi progressivamente agli organi interni compromettendone la funzionalità.
Si tratta di una malattia cronica, il cui andamento può essere più o meno rapido, ma che incide profondamente sulla qualità di vita dei pazienti. Negli ultimi anni, però, la disponibilità di nuovi farmaci ci consente di controllarne meglio l’evoluzione e di rallentarne la progressione.
Come viene seguito un paziente affetto da malattia rara?
Un paziente con una malattia rara ha esigenze molto specifiche e necessita di un percorso di presa in carico continuativo. Dopo la diagnosi il paziente viene seguito nel tempo con controlli periodici. La frequenza delle visite dipende dalla fase della malattia e dalle terapie in corso: quando introduciamo un nuovo farmaco, ad esempio, il monitoraggio diventa necessariamente più ravvicinato, anche per verificare l’eventuale comparsa di effetti collaterali.
Molto importanti sono le associazioni dei pazienti. Chi vive con la malattia da molti anni può condividere un’esperienza concreta che spesso aiuta ad affrontare con maggiore consapevolezza il percorso terapeutico.

Recentemente ha proposto di istituire posti di terapia semi-intensiva nei reparti di Medicina interna. Da dove nasce questa necessità e quali miglioramenti porterebbe all’attività ospedaliera?
Il nostro sistema di accreditamento continua a rifarsi a un decreto del 1988, costruito sulla fotografia di una sanità ancora precedente, quando la Medicina interna era considerata un reparto a bassa intensità assistenziale. Oggi lo scenario è completamente cambiato. Quando ero studente, il paziente tipico ricoverato era una persona di circa sessant’anni con una polmonite o una fibrillazione atriale. Oggi quelle persone hanno novanta o cento anni: arrivano in ospedale con numerose patologie croniche, assumono molti farmaci e richiedono un livello di assistenza decisamente superiore. Chiediamo che venga finalmente riconosciuta la reale complessità assistenziale dei nostri reparti.
Questo riconoscimento avrebbe ricadute molto concrete, soprattutto sul personale infermieristico. I pazienti ricoverati in Medicina interna sono in gran parte anziani e non autosufficienti e richiedono un’assistenza continua. Disporre di un numero adeguato di infermieri significa poter garantire cure dignitose e tempestive anche nei gesti più semplici della quotidianità, evitando che una persona fragile debba attendere per ore perché il personale è insufficiente.
Ritiene che questa proposta possa trovare applicazione nel prossimo futuro?
Sappiamo bene che oggi esiste una carenza di infermieri e che un eventuale riconoscimento non comporterebbe automaticamente un incremento degli organici. Tuttavia, sarebbe già un passo fondamentale, perché significherebbe prendere atto di ciò che realmente avviene nei nostri reparti.
Successivamente sarà necessario valutare come redistribuire le risorse disponibili, verificando se in alcune aree dell’ospedale sia possibile riallocare personale infermieristico verso i reparti che oggi assistono i pazienti con la maggiore intensità di cura.
Come si è inserita la tecnologia nella sua attività quotidiana?
Non mi interessa un’intelligenza artificiale che sostituisca il medico nel ragionamento diagnostico. Mi interessa molto di più un’intelligenza artificiale capace di alleggerire il lavoro burocratico e organizzativo che grava ogni giorno sui professionisti. Oltre alla compilazione della cartella clinica, che è naturalmente indispensabile, siamo chiamati a produrre una grande quantità di documentazione amministrativa, che sottrae tempo alla cura.
Su cosa si concentrano attualmente i suoi interessi di ricerca?
Sulla cosiddetta brain-body connection, cioè la connessione tra cervello e organismo. Da molti anni mi occupo del sistema nervoso autonomo, che rappresenta l’interfaccia tra il sistema nervoso centrale e tutti gli organi del corpo. Tutto ciò che accade nel cervello viene trasmesso agli organi attraverso questo sistema; allo stesso modo, ciò che avviene negli organi invia continuamente informazioni al cervello.
La maggior parte delle malattie croniche presenta una fase iniziale in cui si altera proprio il funzionamento del sistema nervoso autonomo. Solo successivamente compaiono modificazioni molecolari periferiche che favoriscono la cronicizzazione della malattia.
Le nostre ricerche studiano come questo sistema influenzi le funzioni cardiovascolari, respiratorie, genitourinarie e, soprattutto, il sistema immunitario e i processi infiammatori. Oggi sappiamo che l’infiammazione cronica di basso grado rappresenta uno dei principali meccanismi coinvolti non solo nelle malattie croniche tradizionali, ma anche in numerose patologie mentali. In questo complesso dialogo rientra anche il microbiota, che interagisce con il cervello proprio attraverso il sistema nervoso autonomo.
