Nella seconda puntata speciale di Health Stories TV a Trento dedicata al progetto FABRYlab, Debora Cannone intervista il professor Giuliano Brunori, nefrologo e figura di riferimento a livello nazionale, per raccontare un’esperienza virtuosa di medicina territoriale applicata alla nefrologia.
Health Stories TV ha dedicato la seconda puntata speciale registrata a Trento al modello trentino di gestione delle patologie nefrologiche, in un incontro che ha messo in luce l’importanza dell’innovazione clinica radicata nel territorio. Condotta da Debora Cannone, l’intervista ha visto protagonista Giuliano Brunori, professore associato di nefrologia all’Università di Trento e past president della Società Italiana di Nefrologia. La puntata ha ripercorso un viaggio attraverso quarant’anni di evoluzione clinica, tra ricerca, etica e approcci multidisciplinari.
Dalla dialisi a domicilio al turismo sanitario
Brunori ha innanzitutto raccontato come la sua vocazione per la nefrologia sia nata alla fine degli anni Settanta, un periodo di grande fermento per la disciplina. «Quando decisi la tesi di laurea, la nefrologia stava vivendo un cambiamento epocale: si facevano i primi trapianti di rene, nascevano nuove tecniche dialitiche e si aprivano interrogativi etici importanti», ha ricordato. In quegli anni, la terapia dialitica era riservata solo a pazienti giovani, spesso sotto i 40 anni, lasciando esclusi molti soggetti fragili come i diabetici. Le limitazioni tecnologiche e normative stimolavano un grande senso di responsabilità clinica e sociale, che ha alimentato l’interesse di una generazione di medici, tra cui Brunori.
La vocazione clinica si è poi tradotta in un impegno concreto nella sanità pubblica. Dopo un periodo formativo all’estero, presso l’Università di Los Angeles, e collaborazioni con centri d’eccellenza italiani come Brescia e Vicenza, Brunori ha portato la sua esperienza a Trento. «Abbiamo anticipato i tempi, portando le cure a casa del paziente, molto prima che si parlasse di sanità domiciliare», ha sottolineato.
Nel corso degli anni, infatti, il suo team ha sviluppato un modello territoriale innovativo, centrato sulla dialisi peritoneale a domicilio, la gestione nutrizionale dei pazienti con malattia renale cronica e l’accesso alle terapie ipoproteiche. Trento è diventata un centro di riferimento anche per la dialisi dei turisti, garantendo oltre 2mila sedute all’anno e permettendo a centinaia di persone dializzate di viaggiare senza rinunciare alle cure.
Un approccio multidisciplinare
Un altro focus della puntata è stato il progetto FABRYlab, volto a migliorare la gestione territoriale della malattia di Anderson-Fabry, una patologia genetica rara che coinvolge principalmente i reni. In questo ambito, il modello del Trentino ha dimostrato la sua adattabilità, grazie alla struttura organizzativa dell’unità operativa multizonale.
«Tutti i nefrologi della provincia di Trento, circa 16, afferiscono a un’unica unità, garantendo uniformità nella gestione dei pazienti, sia che si trovino a Cavalese sia a Riva del Garda» ha spiegato Brunori. Questa organizzazione consente di applicare protocolli condivisi e di facilitare il lavoro in team multidisciplinari, indispensabili per affrontare le sfide delle patologie complesse.

Photo: Freepik
Un modello equo per ogni paziente, ovunque si trovi
Il valore aggiunto della nefrologia multizonale, secondo il professor Brunori, sta nella garanzia di un trattamento uniforme per ogni paziente, indipendentemente dalla zona in cui vive. «Il paziente non riceve un trattamento diverso, come purtroppo accade spesso nelle grandi città dove ci sono molte offerte sanitarie, e il paziente finisce per girare tra le varie unità operative e ambulatori, confondendosi anche sulle terapie», ha affermato. In Trentino, l’obiettivo è stato quello di offrire una risposta coerente e condivisa, sia a chi vive sotto le montagne sia a chi risiede sulle sponde del lago di Garda.
La malattia di Anderson-Fabry, infatti, rappresenta una sfida complessa perché coinvolge più sistemi: rene, cuore, sistema nervoso, apparato gastrointestinale. Per affrontarla è essenziale un approccio integrato. «Gli specialisti, pur appartenendo a diverse discipline, si ritrovano attorno allo stesso paziente. Non è il paziente che deve “pellegrinare” da uno specialista all’altro, ma sono i medici che si coordinano intorno al paziente», ha spiegato Brunori. Proprio su questo principio si basa il progetto FABRYlab: creare un modello di gestione multidisciplinare, con un “regista” – spesso il nefrologo – che coordini le competenze di dermatologi, cardiologi, neurologi e gastroenterologi.

Photo: Freepik / rawpixel.com
Un esempio da estendere al Triveneto e oltre
Il progetto, nato dall’esperienza del Trentino, ha attivato una rete con i centri di Verona e Padova, con l’obiettivo di estendere il modello a tutto il Triveneto. «Esperienze condivise tra questi centri possono permettere ad altre realtà del Triveneto di adottare questo modello. Sono certo che i pazienti troveranno così risposte concrete», ha dichiarato il professore. L’approccio olistico alla patologia, che include anche aspetti come l’attività fisica e la nutrizione, si è già dimostrato efficace per migliorare la qualità delle cure e della vita dei pazienti.
Infine, il professor Brunori ha raccontato la sua lunga esperienza di volontariato internazionale. «Spesso dimentichiamo che una larga parte del mondo – più dei due terzi – non ha accesso alle cure. E chi ce l’ha, lo ha solo se dispone di un certo reddito». Dal 2006, ha partecipato a progetti in Africa (Mali, Ghana e Congo) per portare la dialisi e formare medici e infermieri locali. «Quando ho cominciato a lavorare in Mali – che aveva circa 13 milioni di abitanti – c’erano 35 pazienti in dialisi. Il Trentino, con 500mila abitanti, ne contava 250». Grazie al sostegno dell’associazione Cuore Amico e alla collaborazione con la Chiesa locale, quindi, è stato possibile avviare centri sanitari e creare reti di assistenza nefrologica in territori con scarse risorse.
