19 Febbraio 2026, 1:34
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Maura Massimino: «Nel mondo meno del 20% dei bambini malati di cancro riceve cure adeguate»

di Riccardo Pallotta
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La direttrice di Oncologia Pediatrica della Fondazione IRCCS (Istituto Nazionale dei Tumori di Milano) racconta la sua esperienza tra ricerca e cura, dalle sfide delle neoplasie cerebrali infantili ai nuovi orizzonti delle terapie personalizzate. Un dialogo sul futuro dell’oncologia pediatrica e sull’importanza di garantire accesso alle cure a tutti i bambini del mondo.

 

La dottoressa Maura Massimino ha dedicato la sua carriera alla cura e alla ricerca sulle neoplasie pediatriche, con particolare attenzione ai tumori cerebrali e ai linfomi dell’infanzia. La sua attività di ricerca si è concentrata sullo studio dei meccanismi biologici alla base dei tumori pediatrici e sugli effetti collaterali delle terapie oncologiche, contribuendo a migliorare la qualità della vita dei piccoli pazienti. Ha coordinato e partecipato a numerosi progetti di ricerca nazionali e internazionali, tra cui studi finanziati dal Ministero della Salute e dall’AIRC (Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro), e collabora da anni con centri di eccellenza come l’Istituto Eugenio Medea e l’Istituto Tumori di Genova.

Figura di riferimento nel panorama dell’oncologia pediatrica, dal 1994 è responsabile nazionale per l’Associazione Italiana Ematologia Oncologica Pediatrica (AIEOP) dei protocolli di diagnosi e cura dell’ependimoma in età pediatrica e, a livello internazionale, è chairman della SIOP-E per le attività cliniche e di ricerca su questa patologia. È inoltre direttrice della Divisione di Oncologia Pediatrica presso la Fondazione IRCCS – Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, membro di numerose società scientifiche e autrice di oltre 170 pubblicazioni su riviste internazionali. Abbiamo avuto modo di incontrarla in occasione del 50° Congresso Nazionale AIEOP.

Cosa l’ha spinta a dedicarsi alla ricerca nell’ambito delle neoplasie cerebrali, dei linfomi dell’età pediatrica e degli effetti collaterali delle terapie oncologiche in età pediatrica?

All’inizio della mia attività ero appena uscita dalla Scuola di Specialità di Ematologia e, ovviamente, la mia attenzione si è concentrata sui linfomi, dato che nel mio Istituto non ci siamo mai occupati di tumori del sangue. Successivamente sono arrivati colleghi più giovani che si sono impegnati nelle patologie linfomatose ed io ho pian piano passato la mano pur avendone coltivato un’autentica passione sfociata in alcune pubblicazioni. L’ambito delle neoplasie cerebrali era negli anni ‘90 il più negletto, anche per la cattiva prognosi che contraddistingueva praticamente tutte le patologie e tutti i pazienti. Devo dire la verità: in principio mi fu chiesto di occuparmi di questi pazienti un po’ “per punizione”, per calmare il mio entusiasmo e accelerare la mia maturazione. Nei tempi successivi questa punizione si è trasformata in un grande ed approfondito interesse in tutti gli ambiti di queste molteplici ed estremamente varie patologie. Da qui è scaturito come naturale il doveroso interesse per gli effetti collaterali, non solo delle terapie, ma dei tumori in primis, in particolare proprio per i tumori cerebrali che ammalano la parte più intima ed esclusiva del paziente, destinata a creare la sua personalità, le sue competenze, il suo posto nella società.

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Quali progressi recenti ritiene più significativi nelle terapie oncologiche pediatriche?

I progressi sono stati diversi e di importanza variabile a seconda delle patologie. È ben noto che vi sono stati grossi progressi nell’ambito ematologico con percentuali di guarigioni molto brillanti (sopravvivenza vicino al 90% a 5 anni per la leucemia linfatica acuta). L’ambito dei tumori solidi è molto eterogeneo ed è più difficile parlare di progressi nell’insieme di questi. Si può dire che vi è stata senz’altro una maggiore conoscenza istopatologica e molecolare di moltissime di queste neoplasie con caratterizzazione prognostica che ha permesso di selezionare trattamenti più o meno intensi in relazione a questi. Un altro aspetto è quello delle terapie personalizzate (farmaci che sono volti a colpire specifici target molecolari) che non possono essere destinati alla maggior parte delle malattie, come è ovvio, ma che in specifici casi hanno davvero cambiato l’approccio ad alcune malattie.

In che modo le nuove tecnologie e la ricerca stanno cambiando la prognosi dei piccoli pazienti?

La tecnologia che vogliamo e amiamo deve mirare a cure specifiche più efficaci e meno dannose. Questo è un ambito di ricerca che coinvolge i farmaci, la chirurgia, la radioterapia e anche l’immunologia. Per alcune di queste terapie i progressi sono stati estremamente rapidi (un esempio è l’uso dei protoni in radioterapia o le tecniche mini-invasive in chirurgia), ma devono essere studiate attentamente le indicazioni e gli effetti terapeutici o collaterali a breve e lungo termine.

Secondo la sua esperienza, quali sono oggi le maggiori sfide, cliniche e umane, nella gestione di questi tumori pediatrici?

L’attenzione si sta orientando, spero con sempre maggiore forza, sulla cura di tutti i bambini. Al momento noi, nel primo mondo, curiamo in modo adeguato alle competenze accessibili meno del 20% dei bambini e adolescenti che si ammalano di tumore. Non è possibile continuare ad acclamare i successi senza considerare l’80% dei casi che neppure arrivano alla diagnosi. Questo è un dovere medico, sociale e politico universale.

Quali sono state le sue impressioni da moderatrice sul tema all’interno del Congresso Nazionale AIEOP?

Tutto il congresso ha avuto un alto valore scientifico ed è stato molto partecipato. La sessione sui gliomi è stata estremamente ben costruita.

 

Riccardo Pallotta

Photos credits: Riccardo Pallotta

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