In occasione del Congresso AIEOP, l’infermiere Matteo Renzi ha spiegato come la sua professione affronti tutti i giorni complessità cliniche, famiglie fragili e modelli innovativi di cura.
Matteo Renzi è un infermiere attualmente in servizio presso l’ Azienda Sanitaria Territoriale di Macerata (AST 3) dopo esperienze nel territorio marchigiano e in contesti specialistici tra cui la Clinica Universitaria Rechts der Isar di Monaco di Baviera. Ha esperienza in reparti di ortopedia, rianimazione, riabilitazione e assistenza territoriale, affiancate da un interesse costante per la ricerca infermieristica, l’innovazione nelle competenze professionali e la formazione continua.
La sua attività scientifica e divulgativa comprende pubblicazioni su temi come l’ecografia infermieristica, la telemedicina e approcci non farmacologici di cura, e si è tradotta anche in un impegno istituzionale come membro del Comitato Scientifico dell’OPI (Ordine delle Professioni Infermieristiche) Macerata. Ha inoltre conseguito un master in Infermieristica Forense e recentemente la laurea magistrale in infermieristica ed ostetricia. Health Stories ha incontrato Renzi in occasione del Congresso AIEOP.
Qual è il suo percorso professionale e cosa l’ha portata a interessarsi al tema delle cure palliative pediatriche?
Il mio percorso professionale è sempre stato guidato da una grande curiosità per l’evoluzione della pratica infermieristica e per tutto ciò che riguarda l’innovazione nei modelli di assistenza. Nel tempo, questa curiosità si è trasformata in un interesse sempre più marcato per la ricerca, soprattutto laddove può realmente modificare l’esperienza di cura delle persone. È proprio da questa prospettiva che sono arrivato alle cure palliative pediatriche. Mi interessava comprendere come l’assistenza, quando progettata in modo rigoroso e basata sulle evidenze, potesse incidere sulla qualità di vita dei piccoli pazienti, delle loro famiglie e dei professionisti sanitari.
Le cure palliative pediatriche rappresentano un terreno fertile per chi si occupa di ricerca: sono un ambito complesso, multidimensionale e multidisciplinare, che richiede di studiare non solo gli aspetti clinici, ma anche quelli comunicativi, psicologici e organizzativi. Inoltre è un campo in cui la ricerca infermieristica può fare la differenza: può permettere di costruire percorsi più sensibili, più personalizzati e più vicini ai bisogni profondi delle famiglie. Ciò che mi ha spinto in questo interesse è stata la convinzione che la professione infermieristica abbia un ruolo chiave nel ripensare il modo in cui si accompagna un bambino e la sua famiglia lungo un percorso così delicato. E che la ricerca sia uno dei mezzi più potenti per farlo.

Quali sono, secondo la sua esperienza, le principali sfide che un infermiere affronta quando lavora con i pazienti?
Le sfide principali per un infermiere, a mio avviso, nascono dalla natura stessa della professione: siamo continuamente chiamati a muoverci tra dimensioni diverse, tutte ugualmente decisive. Da un lato c’è l’obbligo etico e professionale di mantenere un aggiornamento costante e le evidenze cambiano rapidamente così come le linee guida evolvono, allo stesso modo l’aggiornamento continuo è una responsabilità verso i pazienti. Dall’altro lato c’è tutto ciò che non entra in una linea guida: il contesto sociale, la storia personale del paziente, le emozioni, i timori, i fragili equilibri familiari.
L’infermiere è l’ago della bilancia tra ciò che la scienza indica come migliore pratica e ciò che il paziente è realmente in grado di accogliere in quel momento della sua vita. Questa integrazione è una delle sfide più complesse e allo stesso tempo più preziose della professione infermieristica. La difficoltà sta nel mantenere un equilibrio: applicare rigorosamente le evidenze senza perdere la capacità di ascoltare, interpretare e adattare l’assistenza alla persona che abbiamo davanti. È proprio in questo che l’infermiere mostra il suo valore più autentico.
Nel suo intervento ha sottolineato l’importanza del team multidisciplinare: in che modo la collaborazione tra professionisti diversi contribuisce a migliorare la qualità dell’assistenza?
La multidisciplinarità non è un dettaglio organizzativo: è la vera infrastruttura che sostiene la qualità dell’assistenza. Ogni professionista sanitario porta con sé un patrimonio di competenze specifiche ma complementari. Medici, infermieri, psicologi, fisioterapisti, assistenti sociali: ognuno interpreta un frammento diverso della complessità del paziente. Ed è proprio questa diversità che diventa una risorsa. In un team che funziona, nessuna figura è “accessoria”: tutte sono paritarie perché ciascuna contribuisce a qualcosa che le altre non possono sostituire.
Nella mia esperienza, ciò che davvero eleva la qualità delle cure è la capacità del team di dialogare, integrare prospettive e costruire un piano comune. È per questo che nel mio intervento ho voluto sottolineare e dimostrare, portando studi e ricerche, che il fattore determinante sia in contesti con alto budget sia in realtà dove le risorse sono più limitate è proprio il lavoro multidisciplinare. Un’équipe che ragiona insieme riesce a prendere decisioni più complete, più sicure e più coerenti con i bisogni reali del paziente e della famiglia.

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Che impressioni le ha lasciato questa edizione del Congresso AIEOP e quanto ritiene importanti questi momenti di confronto per la crescita professionale degli infermieri?
Questa edizione del Congresso AIEOP mi ha lasciato una forte impressione di qualità. L’organizzazione ha saputo creare un ambiente stimolante, ricco di contenuti aggiornati e con uno spazio di dialogo autentico tra professionisti. È evidente il grande lavoro che c’è dietro, e credo sia giusto riconoscerlo. Un aspetto che ho particolarmente apprezzato è l’attenzione riservata anche alla figura dell’infermiere. Dare voce alla prospettiva infermieristica non è un gesto formale: significa valorizzare una componente essenziale del percorso di cura. Momenti come questo non sono semplici appuntamenti congressuali: sono occasioni di crescita professionale reale.
Permettono di condividere evidenze, mettere in discussione pratiche consolidate, sviluppare nuove sensibilità e rafforzare la consapevolezza del ruolo. La crescita della professione infermieristica si traduce inevitabilmente in un miglioramento del sistema sanitario nel suo complesso: più competenze, più visione, più qualità nell’assistenza. Per questo ritengo che incontri come l’AIEOP siano fondamentali: contribuiscono non solo allo sviluppo dei singoli professionisti, ma anche all’evoluzione collettiva della sanità che vogliamo costruire.
Guardando al futuro, quali passi ritiene fondamentali per rafforzare la formazione e la consapevolezza degli infermieri nell’ambito delle cure palliative pediatriche?
Guardando al futuro, ritengo prioritario sviluppare percorsi formativi realmente strutturati per gli infermieri che operano nelle cure palliative pediatriche. Oggi le competenze richieste sono elevate, ma la formazione disponibile è spesso disomogenea e affidata all’iniziativa individuale. Per questo considero essenziale la creazione di master professionalizzanti e di programmi abilitanti capaci di fornire competenze avanzate, sia cliniche che comunicative e organizzative. In questa direzione, da oltre un anno porto avanti con un collega un progetto di studio e divulgazione sanitaria, Nurse 2 Ward, nato proprio per contribuire, nel nostro piccolo, a rafforzare cultura professionale e riflessione disciplinare. Allo stesso tempo, è necessario dare finalmente forma alle specializzazioni infermieristiche previste dalla Legge 43/2006.
La normativa c’è, ma va resa operativa: la complessità delle cure palliative pediatriche richiede figure formalmente riconosciute, con un percorso dedicato e competenze certificate. La speranza è che si possa arrivare a costruire un vero sistema di specializzazione, capace di valorizzare chi decide di impegnarsi in questo settore così delicato. Accanto alla formazione, però, c’è un’altra dimensione che non può essere trascurata: la ricerca infermieristica. Senza un investimento deciso in questo ambito è difficile sviluppare modelli assistenziali innovativi, validare interventi, misurare out come e portare evidenze solide all’interno dei team multidisciplinari. Rafforzare la formazione, creare specializzazioni e potenziare la ricerca infermieristica sono passi che vanno nella stessa direzione non solo per quanto riguarda l’ambito delle cure palliative pediatriche, ma per qualsiasi ambito.
Photo cover: Riccardo Pallotta
