Dalle prime esperienze negli Stati Uniti al lavoro a Verona, il racconto di un medico pediatra che studia soluzioni sempre più sofisticate per ridurre le complicanze e semplificare la vita dei giovani con diabete.
Lo sviluppo di device sempre più sofisticati sta cambiando in meglio la vita quotidiana delle persone affette da diabete di tipo 1. Il professor Marco Marigliano, medico in forza all’unità operativa complessa di Pediatria B dell’Azienda ospedaliero universitaria integrata di Verona, e professore di Pediatria all’università di Verona, ci ha raccontato come la tecnologia stia rivoluzionando l’approccio a questa patologia.
Quali sono state le tappe principali della sua carriera e della sua formazione?
Mi sono laureato in Medicina e Chirurgia ad Ancona, all’Università Politecnica delle Marche, per poi specializzarmi in Pediatria nella stessa Università, all’Ospedale Pediatrico Salesi. Qui mi sono appassionato all’endocrinologia pediatrica e in particolare alla diabetologia.

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Allo stesso tempo ho cominciato a sviluppare un interesse crescente verso la ricerca, e questo mi ha portato a fare l’ultimo anno di specializzazione in pediatria negli Stati Uniti, a Pittsburgh in Pennsylvania, al Rangos Research Center, per lavorare su progetti di ricerca sul trapianto di isole pancreatiche su modelli animali. Dopo oltre 2 anni sono tornato in Italia, ad Ancona prima e a Verona poi. Oggi sono professore associato di Pediatria all’Università di Verona e lavoro all’Unità Operativa Complessa di Pediatria B.
Su quali temi si sta concentrando attualmente la sua attività di ricerca?
Mi occupo principalmente di patologie endocrinologiche, diabete in particolare: diabete di tipo 1 (la forma più comune in età pediatrica) ma anche tipo 2, diabete neonatale, monogenico o secondario ad altre patologie. Ho studiato tecnologie collegate al diabete come sensori in continuo per la glicemia e microinfusori di insulina. Il lavoro di tutto il team ha permesso di far crescere i numeri del nostro centro che oggi conta quasi il 100% dei bambini e adolescenti seguiti, monitorati con sensore CGM (monitoraggio continuo del glucosio) e oltre il 55% che utilizza microinfusore di insulina. Inoltre, abbiamo implementato l’utilizzo di sistemi a rilascio automatico dell’insulina. In questi anni la mia attività di ricerca si è focalizzata soprattutto su tecnologia e diabete, ed in particolare sull’analisi delle metriche derivate dai dati dei sensori per la glicemia e gestione e ottimizzazione della iperglicemia post-prandiale.
Qual è l’impatto del diabete nella vita quotidiana di un paziente in età pediatrica? Con il passare degli anni può diventare una patologia invalidante?
Il diabete di tipo 1 è una patologia molto impattante nella vita di un bambino, bambina o di un adolescente. È la patologia endocrinologica più comune in età pediatrica e quando arriva non colpisce solamente il/la paziente ma anche tutta la sua famiglia e coloro che girano intorno alla sua vita. Tutto cambia perché ci sono tante cose nuove da imparare, c’è la gestione di una patologia complessa che richiede ogni giorno, in ogni momento, attenzione. È da subito una patologia ma con il passare del tempo i genitori prima, e i bambini/ragazzi poi crescendo, diventano i migliori “gestori” del proprio diabete. Ci si riesce a convivere, in particolare grazie all’aiuto della tecnologia.

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Sicuramente se il diabete non viene ben controllato, con valori elevati di glicemia media per tanti anni, sono possibili le complicanze micro e macrovascolari (come retinopatia, nefropatia e neuropatia) che possono rendere ancora più impattante e invalidante la presenza della malattia.
Quali sono i segnali del diabete di tipo 1? Quanto è importante una diagnosi precoce?
I segnali classici dell’insorgenza del diabete di tipo 1 sono molto caratteristici. Bere tanta acqua, urinare molto spesso e il riscontro di un calo di peso sono i tre sintomi tipici di un esordio di diabete, sia nei bambini ma anche in adolescenti e giovani adulti. Spesso c’è anche una profonda stanchezza e possono esserci quadri clinici più sfumati. Se non si interviene in maniera tempestiva, la situazione clinica rischia di precipitare velocemente con peggioramento del quadro clinico generale, comparsa di acidosi metabolica e difficoltà respiratoria, alterazioni dello stato di coscienza e, nei casi più gravi, coma e rischio di morte. Questo perché l’accumulo di glucosio nel sangue (per assenza dell’insulina) e la formazione di corpi chetonici come scarto del processo di utilizzo dei grassi come fonte energetica, determina un peggioramento dello stato metabolico con acidosi ingravescente. L’intervento tempestivo permette di ridurre il rischio di progressione del quadro clinico aumentando anche le probabilità di miglior controllo glicemico. La diagnosi precoce è dunque fondamentale.
Ci sono collegamenti tra il diabete di tipo 1 e gli stili di vita?
Il diabete di tipo 1 è una patologia in continua crescita dal punto di vista epidemiologico, non solamente nei paesi occidentali industrializzati, ma anche nei paesi in via di sviluppo. Questo perché il nostro stile di vita non sempre corretto può avere un ruolo di concausa nell’insorgenza di nuovi casi di diabete tipo 1. Ma essendo una patologia su base autoimmune (vengono prodotti anticorpi rivolti contro le cellule beta del pancreas, uniche cellule che producono l’insulina) ad oggi non è prevenibile e curabile. Quindi non ci sono modifiche allo stile di vita che possono prevenire o trattare il diabete di tipo 1 (come può essere fatto per il diabete di tipo 2) ma possono solamente aiutare la terapia sostitutiva insulinica ad essere maggiormente efficace.
Quale aiuto dà la tecnologia a una persona che deve convivere con questa patologia?
Oggi la tecnologia aiuta molto la vita delle persone con il diabete di tipo 1 e delle loro famiglie. Per prima cosa l’utilizzo massivo del sensore in continuo per la glicemia ha completamente cambiato l’approccio alla gestione della patologia. Essere passati da poter controllare la glicemia tramite stick capillare solo poche volte al giorno, ad avere una visualizzazione continua dei dati glicemici tramite il sensore, ha rivoluzionato il modo di trattare questi pazienti.

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Grazie ai device oggi noi possiamo chiedere un controllo glicemico più stretto, più spinto verso la normoglicemia anche grazie alla presenza di allarmi personalizzabili di ipoglicemia o iperglicemia e la possibilità di inviare i dati a distanza tramite servizi cloud. L’utilizzo dei microinfusori ha reso più semplice la gestione del diabete: l’infusione continua di insulina, la possibilità di correggere con maggiore frequenza le iperglicemie grazie alla somministrazione di boli di insulina rapida, la personalizzazione della terapia basale e, infine, l’integrazione dei due sistemi con algoritmi di intelligenza artificiale che regolano in automatico il rilascio di insulina sulla base della risposta glicemica.
Ci sono novità promettenti ancora in fase di studio?
L’uso di microinfusori “intelligenti” con algoritmi di rilascio automatico dell’insulina sulla base dei dati glicemici misurati dal sensore CGM, per esempio, ha migliorato in maniera significativa la gestione della glicemia e il controllo glicemico medio dei nostri pazienti. Inoltre ha permesso, e permette, l’incremento della qualità di vita percepita dei pazienti con diabete di tipo 1, proprio per la semplificazione di numerosissime attività che, senza microinfusore, si è costretti a fare. I dispositivi a disposizione sono tanti, di vario tipo e con caratteristiche peculiari tutti assolutamente efficaci nel migliorare il controllo glicemico se ben usati. L’elemento base è un microinfusore (une pompa) che contiene all’interno (o per alcuni modelli direttamente sulla app del cellulare) un algoritmo che ha la capacità di regolare da solo l’erogazione dell’insulina, in funzione della glicemia registrata in quel momento. Questo riduce enormemente il rischio di ipo e iperglicemia, variabilità glicemica e tutte le conseguenze correlate. Il futuro prevede una continua miniaturizzazione dei device, sempre più indossabili, con algoritmi sempre più performanti.
