Dalla coltura delle cellule tumorali in laboratorio alla scelta dei farmaci più efficaci: la ricerca sui tumori peritoneali punta a rendere le cure sempre più mirate. Il responsabile della struttura semplice Tumori peritoneali all’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano spiega come integra chirurgia avanzata, analisi biomolecolari e sviluppo di modelli sperimentali.
La combinazione tra chirurgia citoriduttiva e chemioterapia ipertermica intraperitoneale, l’evoluzione delle tecnologie, l’integrazione con la ricerca traslazionale e l’uso crescente dell’intelligenza artificiale hanno trasformato radicalmente lo scenario clinico dei tumori peritoneali. Il dottor Marcello Deraco, responsabile della struttura semplice Tumori peritoneali Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, illustra i progressi compiuti nel trattamento e descrive le nuove linee di ricerca che puntano alla personalizzazione sempre più precisa delle cure.
Quali sono state le tappe principali della sua carriera?
Mi sono laureato in Medicina e Chirurgia nel 1987 e ho conseguito la specializzazione in Chirurgia generale nel 1992. Dopo i primi anni all’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, ho sentito l’esigenza di completare la mia formazione in centri internazionali per patologie oncologiche. Sono stato a Parigi, dove ho lavorato con Dominique Elias, tra i primi in Europa ad adottare le tecniche di chirurgia citoriduttiva associate a chemioterapia intraperitoneale ipertermica. In quegli anni la disciplina dei tumori peritoneali era agli inizi. Il riferimento mondiale era Paul Sugarbaker, che aveva sviluppato e sistematizzato le procedure di peritonectomia, pubblicandole a metà degli anni Novanta dopo un lungo lavoro pionieristico. Rientrato a Milano, grazie a un finanziamento ottenuto a metà degli anni Novanta, abbiamo avviato il programma dedicato ai tumori peritoneali, introducendo la chirurgia citoriduttiva combinata con la chemioterapia ipertermica intraperitoneale, la cosiddetta “HIPEC”.

Deraco in sala operatoria
Il primo intervento risale al febbraio 1995; da allora abbiamo trattato circa 1.300 pazienti. Per perfezionare ulteriormente la tecnica sono andato negli Stati Uniti, al centro di Sugarbaker, per apprendere in modo sistematico gli aspetti più complessi dell’approccio chirurgico. Negli anni successivi mi sono dedicato non solo all’attività clinica ma anche alla formazione, contribuendo alla diffusione internazionale della metodica e alla strutturazione di percorsi formativi specifici per chirurghi.
Come si individuano i tumori peritoneali? Ci sono sintomi particolari?
Il peritoneo è una membrana sottile che riveste la cavità addominale e ricopre gli organi interni, svolgendo funzioni di protezione, sostegno e lubrificazione. Per molto tempo è stato considerato una struttura secondaria, quasi un semplice rivestimento, ma oggi sappiamo che ha una sua identità funzionale precisa. I tumori che lo interessano possono essere primitivi, quindi originare direttamente dal peritoneo, oppure più frequentemente essere metastasi provenienti da altri organi, in particolare colon-retto, stomaco, ovaio e appendice. Esistono anche forme rare come il mesotelioma peritoneale, correlato all’esposizione ad amianto, o il carcinoma sieroso primitivo del peritoneo, che ha caratteristiche molto simili a quelle del tumore ovarico. Una condizione particolare è lo pseudomyxoma peritonei, spesso conseguenza di un tumore dell’appendice, che può produrre grandi quantità di materiale mucinoso all’interno dell’addome.
Dal punto di vista clinico, i sintomi possono essere sfumati, soprattutto nelle forme a basso grado, che crescono lentamente e in modo indolente. Il segno più frequente è l’aumento progressivo del volume addominale, dovuto alla presenza di liquido in cavità peritoneale, la cosiddetta ascite. Il paziente riferisce che la cintura stringe, che i pantaloni non si chiudono più, che l’addome è teso. Nelle forme più aggressive può comparire dolore addominale e un peggioramento rapido delle condizioni generali. La presenza di liquido libero in addome non è mai un reperto da sottovalutare: richiede sempre un approfondimento. La diagnosi si basa su un percorso progressivo che comprende esami di imaging come ecografia, tomografia computerizzata e risonanza magnetica, la valutazione dei marcatori tumorali e, quando necessario, una laparoscopia diagnostica con biopsia per ottenere la conferma istologica e caratterizzare anche il profilo molecolare della malattia.
I principali progressi nella diagnosi e nel trattamento di questa tipologia di tumori negli anni?
I progressi sono stati rilevanti sia sul piano tecnico sia su quello scientifico. Le apparecchiature per la HIPEC si sono evolute: inizialmente utilizzavamo sistemi derivati dalle macchine cuore-polmone, mentre oggi disponiamo di dispositivi altamente specializzati, più sicuri e più precisi nel controllo della temperatura e della distribuzione del farmaco. In casi molto selezionati è possibile eseguire procedure mininvasive, in laparoscopia o con l’ausilio della robotica.

Una parte del team di Deraco a Manchester
Ma il vero salto di qualità è stato nella comprensione biologica di queste patologie. Lavorando in stretta collaborazione con laboratori di ricerca interni, abbiamo potuto integrare la pratica clinica con studi biomolecolari e traslazionali. Un esempio è l’utilizzo degli organoidi, che possiamo definire come “avatar” del tumore del paziente. Preleviamo un campione tumorale, lo facciamo crescere in laboratorio e testiamo diversi farmaci per verificare quali siano più efficaci. Questo approccio ci consente di personalizzare la chemioterapia intraperitoneale, aumentando le probabilità di risposta.
Ci sono corrette abitudini e stili di vita che possono aiutare a prevenire un tumore peritoneale?
Poiché nella maggior parte dei casi i tumori peritoneali derivano da neoplasie di altri organi, le strategie di prevenzione coincidono con quelle generali dell’oncologia: evitare il fumo, seguire un’alimentazione equilibrata, mantenere un peso adeguato e svolgere attività fisica regolare.
Esiste però una specificità per il mesotelioma peritoneale, legata all’esposizione all’amianto. Anche se il suo utilizzo è vietato da molti anni, possono ancora verificarsi esposizioni in contesti particolari, per esempio durante lavori su materiali datati. È importante quindi mantenere alta l’attenzione su questo rischio.
Che ruolo ha la tecnologia nel suo lavoro? Usate l’intelligenza artificiale?
La tecnologia è ormai parte integrante del nostro lavoro. L’intelligenza artificiale è utilizzata nella diagnostica per immagini, contribuendo a migliorare la qualità delle scansioni e a supportare l’interpretazione delle immagini, anche nella distinzione tra tessuto sano e lesioni sospette. Disponiamo di grandi quantità di dati clinici e biomolecolari, e strumenti di analisi avanzata possono aiutarci nella selezione dei pazienti e nella valutazione prognostica.

Deraco in sala operatoria
Stiamo anche esplorando applicazioni intraoperatorie, con sistemi di riconoscimento delle lesioni basati su modelli addestrati con migliaia di immagini. Tuttavia, la parte essenziale dell’intervento rimane manuale. Si tratta di chirurgie estremamente complesse, che possono durare anche dieci o dodici ore, e richiedono un’esperienza consolidata. È stimato che siano necessari almeno 150 casi per superare la curva di apprendimento e raggiungere un livello di autonomia adeguato.
Su cosa si sta concentrando la sua attività di ricerca in questo periodo?
La nostra ricerca si concentra su più fronti, tutti orientati a migliorare la personalizzazione delle cure e la conoscenza di patologie rare. Stiamo lavorando molto sull’ottimizzazione della HIPEC attraverso l’uso degli organoidi, per adattare il trattamento farmacologico alle caratteristiche specifiche di ciascun tumore. Un’altra area centrale riguarda i tumori dell’appendice e il mesotelioma peritoneale, che per lungo tempo sono stati considerati marginali dal punto di vista scientifico. Stiamo sequenziando centinaia di tumori dell’appendice, analizzando DNA, RNA e proteine per identificare eventuali bersagli terapeutici.
Abbiamo inoltre sviluppato una biobanca con centinaia di campioni tumorali, che rappresenta una risorsa preziosa per future ricerche e per l’eventuale sviluppo di nuovi farmaci. Tutto questo è possibile grazie a un gruppo multidisciplinare composto da chirurghi, biologi, patologi e farmacologi che lavorano in modo integrato. L’obiettivo è comprendere sempre più a fondo la biologia di queste malattie per migliorare la selezione dei pazienti e offrire terapie realmente mirate.
Photo credits: Marcello Deraco

