7 Febbraio 2026, 23:02
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Luigi Montano: «Il seme è un sensore della salute ambientale»

di Valentina Tafuri
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L’andrologo spiega come il biomonitoraggio con il liquido seminale permette di rilevare i segni più precoci di danno alla salute da inquinamento ambientale. Dieta mediterranea super-biologica ad alta capacità detossificante e stili di vita sani diventano potenti strumenti per contenere gli effetti dei contaminanti ambientali e fare prevenzione primaria per ridurre il carico delle patologie riproduttive e cronico-degenerative.

 

Con oltre 80 pubblicazioni internazionali ed uno studio sistematico sul campo fatto di osservazione e lettura dei risultati di analisi condotte su soggetti giovani residenti in aree a maggiore pressione ambientale rispetto ad aree a più basso  impatto, è stato dimostrato scientificamente il più alto rischio di infertilità maschile nei territori ad alto inquinamento ambientale. A promuovere e condurre questa ricerca è Luigi Montano, uro-andrologo dell’ASL di Salerno, ideatore e coordinatore del Progetto di Ricerca EcoFoodFertility, Past President della SIRU (Società Italiana della Riproduzione Umana) e Responsabile del servizio di Andrologia, Patologia Ambientale e Medicina dello Stile di Vita in UroAndrologia presso l’Ospedale San Francesco di Assisi di Oliveto Citra (Salerno). 

Cosa l’ha spinta a intraprendere questa ricerca così specifica?

Sono nato e risiedo ad Acerra, tristemente conosciuta come epicentro della cosiddetta “Terra dei Fuochi”, dove da decenni alta è l’incidenza di malattie cronico-degenerative come il cancro. Da sempre sensibile al tema dell’ambiente, avendo, peraltro, per formazione culturale e scientifica contezza di quanto le conseguenze dell’inquinamento ambientale incidono sulla salute della popolazione e per meglio capire le dinamiche ed i meccanismi di danno ed anche le misure di resilienza e di contrasto, ho ideato questo progetto di biomonitoraggio umano con disegno sperimentale ed obiettivo volto alla protezione della salute riproduttiva come pass per una buona salute generale ed anche transgenerazionale. 

Gli studi precedenti finora sono stati solo di tipo statistico o con biomonitoraggi con troppe variabili confondenti, peraltro questi ultimi eseguiti sulla matrice ematica o urinaria che rispetto a quella da noi utilizzata, il liquido seminale, è meno affidabile.

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Facciamo un passo indietro: come è iniziata la sua carriera nel campo della medicina?

Mi sono laureato a Pisa, dove c’era il centro di riferimento nazionale dell’andrologia in Italia. Dopo la laurea mi sono specializzato in Urologia ma intanto continuavo la mia attività come andrologo. Ho fatto delle esperienze all’estero, negli Stati Uniti, in Inghilterra e soprattutto in Spagna e dopo la specializzazione ho intrapreso l’attività ospedaliera.

Nel 2010 ho avviato il primo ambulatorio pubblico di Andrologia nella provincia di Salerno, presso l’Ospedale di Oliveto Citra ed ho iniziato  attività di formazione con corsi organizzati presso l’ASL di Salerno sul tema della Medicina dello stile di vita e della patologia ambientale. Un’esperienza che poi ha fatto sì che vi fosse un riconoscimento per l’avvio del primo servizio pubblico  di Patologia Ambientale Medicina dello Stile in Uro-andrologia in Italia, che a breve dovrebbe partire.

In cosa consiste il progetto di ricerca EcoFoodFertility?

È uno studio multicentrico di biomonitoraggio umano eseguito inizialmente sui ragazzi della zona dell’Alto e Medio Sele, in provincia di Salerno, tra i 18 ed i 25 anni, non fumatori, sani e non esposti professionalmente, che sono diventati il campione di controllo rispetto a ragazzi della stessa età, abitanti in zone più inquinate come la Terra dei Fuochi. Poi grazie alle collaborazioni sempre più importanti di cui gode il progetto con la creazione della Rete Interdisciplinare della Salute Riproduttiva ed Ambientale, un network indipendente di ricerca di ricercatori e professionisti appartenenti ad Università, centri di ricerca pubblici come CNR, ISS e ospedalieri e anche con alcuni finanziamenti ottenuti, come già ben due del Ministero della Salute, il progetto si è esteso ad altre aree, come la Valle del Sacco nel Frusinate, Modena, Brescia, Taranto, Vicenza, Siena, area delle Madonie. 

Cosa ha scoperto?

Lo studio, che oggi conta oltre 2500 ragazzi campionati, ha evidenziato una più bassa qualità spermatica nei giovani che vivono in zone ad alto tasso di inquinamento con  maggiore bio-accumulo di inquinanti (metalli pesanti, composti organici volatili, PFAS, PCB) ed alterazioni biomolecolari (proteomiche, epigenetiche, genetiche) rispetto ai ragazzi della zona dell’Alto-Medio Sele. Il seme dunque, è un sensore, una sentinella della salute ambientale e questa ricerca ci ha consentito di proporre un nuovo modello per la valutazione dell’impatto ambientale, per la sorveglianza sanitaria per le popolazioni di vivono in zone inquinate. La rilevanza del progetto gli ha garantito anche una quota di finanziamenti pubblici e una eco globale tant’è che ne hanno parlato anche giornali come The Guardian, NYPost, l’Internazionale e di recente anche Le Monde. Ora EcoFoodFertility è in una seconda fase, volta a ridurre gli effetti dell’inquinamento sulla salute.

In che modo è possibile riuscirci?

In attesa che si risani l’ambiente, come medici possiamo dare delle indicazioni alla popolazione, nella consapevolezza che siamo tutti inquinati, chi più, chi meno. Il declino riproduttivo è il dato più importante e preoccupante per il futuro dell’umanità. Se continuiamo in questo modo, nel 2070 ci si riprodurrà solo per fecondazione artificiale e per un paese come l’Italia, dove l’indice di natalità è già molto basso (1.17 figli per donna), questo è un grave problema.

Per ridurre gli effetti delle conseguenze dell’inquinamento sulla capacità riproduttiva umana, che non riguarda, ovviamente, solo la popolazione di sesso maschile, è necessario adottare delle strategie alimentari. Bisogna innanzitutto partire dalla nostra dieta mediterranea con prodotti biologici veri perché, essendo privi di pesticidi, hanno una maggior quota di fito-nutrienti in grado di  controbilanciare gli effetti pro-infiammatori e pro-ossidanti degli inquinanti. È una misura di resilienza che funziona, come dimostrano alcuni nostri studi che abbiamo e stiamo pubblicato. A questo abbiamo avviato anche linee di studio per alimenti funzionali ed integratori ad alta capacità detossificante.

Accennava al fatto che l’inquinamento mina anche la salute riproduttiva della donna?

Certo. Siamo stati i primi a livello internazionale a trovare tracce di micro-plastiche non solo nelle urine, nello sperma maschile ma anche nei fluidi follicolari. Quest’ultimo studio sulla fertilità femminile con nostre pubblicazioni ha fatto emergere anche che ci sono differenze di quantità di bisfenoli, policlorobifenili (PCB), nelle donne che vivono in zone inquinate, che comportano una maggiore abortività e maggiore difficoltà di rimanere incinta. Che sia necessario fare qualcosa è evidente.

Per quanto riguarda l’alimentazione, il vostro progetto ha condotto anche a un’altra iniziativa, l’orto eubiotico. Che cos’è?

In accordo con un’associazione di Sant’Anastasia, in provincia di Napoli, è stato risanato un suolo piantumando degli alberi secondo tecniche di agricoltura “sintropica” rigenerativa con effetto di una fito-depurazione del suolo che ha dato vita alla prima agro-foresta in area periurbana della Campania ed al primo orto eubiotico: un orto “super-bio” per portare in tavola alimenti sani, ad alta capacità antiossidante e detossificante per sostenere quella che chiamiamo “bonifica dell’uomo inquinato”, che non rappresenta altro che la declinazione concreta delle misure di resilienza ambientale e “umana” del progetto EcoFoodFertility.

 

Valentina Tafuri

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