Luigi Biancone (Azienda ospedaliero universitaria di Torino) racconta i grandi passi avanti fatti della ricerca in nefrologia: fondamentale resta la prevenzione per poter intervenire in tempo, evitando la dialisi.
La nefrologia è una disciplina in profonda trasformazione. Il direttore della struttura complessa universitaria di Nefrologia, Dialisi e Trapianto dell’Azienda ospedaliero-universitaria Città della Salute e della Scienza di Torino e professore ordinario di Nefrologia all’Università di Torino, Luigi Biancone, parla di un vero e proprio “rinascimento”, grazie agli enormi progressi fatti negli ultimi anni dalla ricerca, soprattutto nello studio di nuovi farmaci.
«Dopo circa trent’anni in cui i trattamenti erano rimasti gli stessi e basati principalmente sul cortisone, l’arrivo di farmaci biotecnologici e anticorpi monoclonali avanzati sta permettendo finalmente di curare in modo mirato patologie che prima erano ritenute ingestibili» spiega.
Quali sono state le tappe più importanti della sua carriera? Cosa l’ha portata a scegliere la nefrologia?
La mia carriera è iniziata molto presto grazie alla frequentazione di diversi reparti dove ho avuto la fortuna di incontrare una vera scuola medica, caratterizzata da grande competenza e un forte attaccamento al lavoro, anche nelle situazioni più difficili. Durante il terzo o quarto anno di medicina all’Università di Torino, spinto dal desiderio di fare esperienza all’estero, riuscii a ottenere una rotazione estiva a Brooklyn, New York.
Tra le poche materie disponibili scelsi la nefrologia e quell’esperienza in un ospedale molto grande in una zona difficile mi diede una formazione di base fantastica. Una volta tornato in Italia, decisi di entrare nella scuola di nefrologia di Torino, una realtà molto aperta che mi permise, dopo la laurea, di tornare negli Stati Uniti per altri quattro anni. Ho scelto questa specializzazione perché, pur amando la medicina interna, cercavo una competenza specialistica profonda. La nefrologia per me rappresenta una sfida completa poiché unisce la cura del paziente cronico, che si segue spesso per tutta la vita instaurando un profondo legame umano, a una forte componente tecnologica, immunologica e alla complessità del trapianto di rene. Invito i giovani medici a prendere seriamente in considerazione questa disciplina.

Ingresso delle Molinette – polo ospedaliero – di Torino
Di cosa vi occupate nel reparto da lei diretto?
Il reparto che dirigo a Torino è una struttura complessa e integrata che si occupa di ogni aspetto della nefrologia. Gestiamo quattro strutture di dialisi, inclusa la dialisi peritoneale, e disponiamo di 45 posti letto dove trattiamo la nefrologia clinica e la fase semi-intensiva del trapianto di rene. Secondo i dati del Centro nazionale trapianti, siamo la struttura per i trapianti di rene più grande d’Italia: come nefrologi ci occupiamo della gestione clinica, delle terapie immunosoppressive e seguiamo i pazienti per tutta la loro vita da trapiantati. La nostra attività comprende anche numerosi ambulatori specialistici, la gestione delle dialisi nei reparti di terapia intensiva, il confezionamento chirurgico degli accessi vascolari e il trattamento di moltissime malattie rare.
Qual è la differenza tra emodialisi e dialisi peritoneale?
Entrambe le metodiche hanno l’obiettivo di depurare il sangue quando la funzione renale è compromessa, ma lo fanno in modi diversi. L’emodialisi utilizza una macchina molto sofisticata che riceve il sangue attraverso delle cannule, lo purifica e lo reinserisce nel paziente. Solitamente richiede sedute di quattro ore per tre volte a settimana ed è la tecnica utilizzata dall’80-85% delle persone nel mondo. La dialisi peritoneale è invece una tecnica che vorremmo proporre come prima scelta perché è più fisiologica: sfrutta la membrana del peritoneo, che protegge gli organi addominali ed è molto permeabile, per scambiare le tossine con dei liquidi inseriti nell’addome. Questa metodica funziona 24 ore su 24, risultando più dolce per il sistema cardiovascolare e permettendo al paziente una gestione autonoma a casa, anche se può presentare controindicazioni in caso di forte sovrappeso, precedenti interventi addominali o rischio di infezioni.
Quali sono i segnali o i sintomi di un’insufficienza renale?
Purtroppo, l’insufficienza renale è spesso silenziosa e i sintomi possono non manifestarsi affatto fino a stadi molto avanzati, portando la persona a sentirsi normale pur avendo una funzione renale quasi compromessa. Spesso scopriamo il problema solo attraverso esami specifici quando la funzione è quasi persa o compaiono sintomi gravi che portano al pronto soccorso. Per questo motivo la prevenzione è fondamentale: misurarsi regolarmente la pressione arteriosa ed eseguire periodicamente due esami semplici come il controllo della creatinina e l’esame delle urine può fare la differenza nel rivelare precocemente un problema renale, permettendoci di intervenire con farmaci che ne rallentano la progressione.

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Quali sono le difficoltà che si incontrano in un trapianto renale? È poi possibile riprendere una vita normale?
Non tutti i pazienti in dialisi possono affrontare un trapianto; circa il 25% di loro risulta idoneo dopo essere stato studiato approfonditamente. Le opzioni principali sono il trapianto da donatore deceduto o da donatore vivente, quest’ultimo particolarmente efficace per qualità e durata dell’organo. Le difficoltà iniziali riguardano soprattutto i rischi di rigetto e le infezioni, che richiedono molta attenzione nei primi mesi. Tuttavia, superata questa fase, è assolutamente possibile riprendere una vita normale, tornando a lavorare e recuperando la qualità della vita che si aveva prima della malattia.
Come è integrata la tecnologia nella sua attività quotidiana?
La tecnologia permea profondamente il nostro lavoro quotidiano sotto diversi aspetti. Trova applicazione diretta nei trattamenti e nei macchinari per la dialisi, settori che si evolvono continuamente grazie ai progressi dell’ingegneria, dell’elettronica e delle biotecnologie. In questo ambito specifico, stiamo già cogliendo i primi segnali di come l’intelligenza artificiale saprà rivoluzionare e ottimizzare queste terapie nei prossimi anni. Un altro fronte cruciale è quello farmacologico, dove l’impiego di farmaci biotecnologici d’avanguardia e di anticorpi monoclonali altamente ingegnerizzati sta cambiando radicalmente le nostre concrete possibilità di cura.
Su cosa è focalizzata oggi la ricerca nell’ambito delle malattie renali?
Stiamo vivendo quello che definirei un “Rinascimento fiorentino” della nefrologia. Dopo trent’anni in cui i farmaci erano sempre gli stessi e molte malattie venivano curate con difficoltà o con pesanti effetti collaterali legati al cortisone, oggi disponiamo di tecnologie che ci permettono di mirare direttamente ai meccanismi specifici delle patologie immunologiche. I principali esempi di questa complessità biologica su cui si concentra la ricerca sono il trapianto di rene — caratterizzato dal costante rischio immunologico del rigetto — e condizioni come le nefriti. In passato, queste situazioni rappresentavano il nostro “cigno nero” perché portavano inevitabilmente alla dialisi e rischiavano persino di ripresentarsi “ex novo” sul rene trapiantato, mentre oggi riusciamo finalmente ad aggredirle in modo efficace e precoce prima che l’organo sia compromesso. Il nostro obiettivo è trasmettere questo entusiasmo ai giovani medici e infermieri, perché la nefrologia è una materia in enorme espansione.
Nella cover, Luigi Biancone, Azienda ospedaliero universitaria di Torino

