L’urologia è una delle specialità che negli ultimi quindici anni ha beneficiato maggiormente dell’innovazione tecnologica. Ce lo spiega il direttore del servizio di Urologia e Andrologia dell’Hesperia Hospital di Modena e presidente del Centro urologico europeo.
La tecnologia e la robotica sono entrate prepotentemente nella chirurgia urologica: tecniche mini-invasive, per esempio, hanno rivoluzionato numerose procedure, migliorandone l’efficacia. Giovanni Ferrari, direttore del servizio di Urologia e Andrologia dell’Hesperia Hospital di Modena e presidente del Centro urologico europeo, racconta l’evoluzione della specialità in questi ultimi anni.
Come è nato il suo interesse per l’urologia e quali sono state le tappe principali della sua carriera?
L’urologia mi ha sempre attratto profondamente. Mio padre era urologo. Inizialmente mi sono iscritto a Medicina per una passione generale verso la disciplina, ma la familiarità con l’ambiente urologico mi ha portato presto a frequentarla, fin dai primi anni di università. Ho avuto la possibilità di formarmi e lavorare in molti contesti internazionali: mi sono specializzato a Milano e successivamente ho proseguito il mio percorso negli Stati Uniti, a Seattle e Miami, e in diverse città europee come Barcellona, Lione e Berlino. Il mio obiettivo era apprendere nuove tecniche chirurgiche, particolarmente innovative per quegli anni. Parallelamente ho svolto attività di ricerca, pubblicato numerosi lavori scientifici e partecipato a centinaia di congressi presentando le mie esperienze operatorie.

Fino al 1998 ho lavorato nel sistema sanitario pubblico. In seguito, sono passato alla clinica convenzionata Hesperia Hospital di Modena, realtà che opera per conto del Servizio Sanitario Nazionale. Da lì ho iniziato a costruire un gruppo che si è ampliato negli anni, fino alla fondazione della società Cure – Centro Urologico Europeo – in collaborazione con colleghi statunitensi dell’Illinois e di Chicago. Oggi riuniamo 32 urologi attivi in 11 cliniche distribuite su tutto il territorio italiano. Il mio obiettivo è sempre stato quello di creare una squadra, accogliere professionisti motivati, eticamente solidi e orientati al paziente, con la volontà di lavorare, formarsi e crescere insieme. Nel nostro gruppo trovano spazio sia giovani medici sia primari prossimi alla pensione che desiderano continuare l’attività.
Quali sono le patologie urologiche più comuni e in che misura sono prevenibili?
Le patologie urologiche sono numerose e variano per gravità. La più diffusa è l’ipertrofia prostatica benigna. Tra i tumori, quello della prostata è il più frequente nella popolazione maschile. Esistono poi patologie che riguardano entrambi i sessi, come la calcolosi urinaria, in forte aumento, così come i tumori del rene e della vescica. L’invecchiamento della popolazione fa sì che molte malattie urologiche emergano soprattutto nelle fasce d’età più avanzate. Per quanto riguarda la prevenzione, non esistono abitudini capaci di evitare l’insorgenza di tumori come quello della prostata o l’ingrossamento benigno della ghiandola, che sono condizioni in larga parte determinate geneticamente. Alcune patologie, invece, sono influenzate da fattori ambientali: il tumore della vescica, ad esempio, è legato in modo significativo al fumo e all’esposizione a sostanze inquinanti. La calcolosi, invece, si può prevenire efficacemente con una buona idratazione e un’alimentazione corretta.
L’urologia è una disciplina estremamente ampia: comprende l’oncologia (prostata, rene, vescica, testicolo, pene), l’urologia femminile – con particolare attenzione all’incontinenza urinaria –, l’urologia pediatrica, quella neurologica e l’andrologia. Lavoriamo spesso in integrazione con i ginecologi, soprattutto per prolassi, incontinenza e ricostruzioni complesse. Ci occupiamo anche di fertilità maschile e disturbi dell’erezione, che possono essere di origine chirurgica, psicologica o metabolica. La presenza di una sessuologa nella nostra équipe ci permette di gestire questi percorsi in modo multidisciplinare.

Le liste d’attesa per una visita urologica nella sanità pubblica sono spesso molto lunghe. Quali conseguenze ha per i pazienti?
Si tratta di un problema rilevante e crescente. Osservo la situazione dalla metà degli anni ’80 e negli ultimi anni la criticità è diventata sempre più evidente. La gestione delle liste d’attesa è fortemente regionale: in alcune aree le difficoltà sono particolarmente marcate. Il vero nodo è che la disponibilità di prestazioni dipende dai fondi assegnati. Quando le risorse sono limitate, l’accesso si restringe e i tempi si allungano. Questo ha ricadute importanti: un paziente che attende anche un anno per una risonanza prostatica può arrivare a diagnosi con una malattia molto diversa rispetto alla fase iniziale del sospetto. Di fatto, se non si ha un’urgenza o non ci si può permettere una spesa privata, si rischia di rimanere bloccati. È una deriva preoccupante, perché spinge verso un modello in cui chi può pagare si cura, mentre chi non può resta in attesa. Il sistema soffre anche per sprechi importanti. Sono risorse che potrebbero essere reinvestite nell’assunzione di personale e nell’ampliamento dell’offerta.
Lei è presidente del Centro Urologico Europeo. Di cosa si occupa questa rete?
Il Centro Urologico Europeo nasce dal desiderio di trasferire nel nostro Paese un modello osservato negli Stati Uniti, basato sulla collaborazione tra professionisti. La nostra priorità è la continuità di cura: un paziente deve poter essere seguito dallo stesso medico dall’inizio alla fine del percorso, dalla visita alla chirurgia fino ai controlli successivi. Questo migliora la relazione con il paziente e la qualità complessiva dell’assistenza.

Il lavoro di squadra permette inoltre di condividere casi complessi, complicanze, idee di ricerca, l’introduzione di nuove tecnologie o dispositivi. Se emerge un progetto, un farmaco o uno strumento innovativo, lo valutiamo insieme e decidiamo se implementarlo. Questo approccio consente una crescita costante e uniforme delle competenze. La nostra attività è comunque collegata alle decisioni delle amministrazioni pubbliche: quando ci vengono assegnati più servizi convenzionati possiamo ridurre le liste d’attesa in modo significativo.
Qual è il ruolo della tecnologia in urologia?
L’urologia è una delle specialità che negli ultimi quindici anni ha beneficiato maggiormente dell’innovazione tecnologica. Il robot chirurgico, ad esempio, è oggi impiegato in moltissimi interventi urologici, rivoluzionando sia l’esperienza del paziente sia l’operatività del chirurgo. La chirurgia mini-invasiva ha trasformato il trattamento della calcolosi: interventi un tempo molto invasivi sono stati sostituiti da procedure endoscopiche con strumenti flessibili e laser di ultima generazione. Anche la chirurgia dell’ipertrofia prostatica è cambiata radicalmente: i laser consentono oggi di preservare continenza e funzione sessuale, con recuperi molto più rapidi.

L’intelligenza artificiale rappresenta la frontiera più promettente. La utilizziamo nella ricerca e nella diagnostica e stiamo sviluppando applicazioni per la chirurgia robotica e mini-invasiva orientate alla massima conservazione degli organi. Non è ancora uno strumento di uso quotidiano, ma il suo potenziale è enorme e sarà una componente fondamentale della medicina dei prossimi anni.
Su cosa si concentra attualmente la ricerca scientifica nel suo campo?
La ricerca si muove su tre assi principali. Il primo è la genetica: comprendere l’origine delle malattie e, soprattutto, la loro aggressività. Questo consente di stabilire se un tumore debba essere trattato subito o possa essere monitorato in sicurezza. Il secondo riguarda la diagnosi precoce. L’integrazione tra intelligenza artificiale, imaging avanzato, ricostruzioni tridimensionali e genomica permette di identificare tumori in fase molto iniziale. Un tumore piccolo può essere trattato in modo meno invasivo, con più possibilità di preservare l’organo. Il terzo tema è lo screening maschile, ancora poco diffuso. Oggi sappiamo con certezza che screening e diagnosi precoce della prostata salvano vite. Esami semplici come PSA, visita urologica ed esame delle urine permettono di intercettare malattie in fase iniziale. In sintesi, la ricerca punta su genomica, tecnologia avanzata e prevenzione. Sono le tre direttrici che guideranno l’urologia del futuro.

