21 Aprile 2026, 6:29
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Giorgio Nardone: «Oggi quello che manca di più è la flessibilità»

di Giorgio Nadali
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L’approccio strategico in psicoterapia sposta l’attenzione dal “perché” al “come”: invece di cercare l’origine del disagio, si analizza il funzionamento del problema. Giorgio Nardone spiega come avviene il cambiamento terapeutico.

Dalla filosofia all’epistemologia clinica, dagli studi a Palo Alto alla fondazione del Centro di Terapia Strategica di Arezzo, la carriera di Giorgio Nardone è una delle più significative nella psicoterapia contemporanea. Già negli anni ’80, sotto la guida di Paul Watzlawick, ha avviato una serie di ricerche-intervento su fobie e disturbi ossessivi, dimostrando che cambiamenti profondi possono avvenire anche in poche sedute, se si agisce sui meccanismi disfunzionali della mente e non solo sulle cause. Dopo gli studi all’Università di Siena e una lunga permanenza come resident researcher al Mental Research Institute in California, ha fondato il Centro di Terapia Strategica di Arezzo, oggi punto di riferimento internazionale per il trattamento breve dei disturbi psicologici. Nardone ha poi sviluppato protocolli terapeutici che oggi sono studiati e adottati in tutto il mondo, insegnato nelle università, scritto libri che sono diventati long-seller tradotti in più di 15 lingue e diretto una scuola di specializzazione ufficialmente riconosciuta. 

In questa intervista, lo psicoterapeuta analizza l’aumento esponenziale dei disturbi psicologici nella società contemporanea: solitudine, compulsioni, dipendenze da smartphone, incapacità di assumersi responsabilità. Un filo conduttore le unisce tutte: l’assenza di flessibilità cognitiva e l’abitudine a evitare il disagio invece di affrontarlo. L’obiettivo non è più capire perché si sta male, ma come cambiare per non continuare a soffrire.

Che cos’è la Nikefobia?

È la paura di vincere, una delle reazioni più apparentemente assurde che un essere umano può avere quando si trova vicino al raggiungimento di un obiettivo. Un esempio storico è quello del maratoneta italiano Dorando Pietri, alle Olimpiadi di Londra del 1908: arrivò davanti a tutti, ma poco prima del traguardo, sfinito, cominciò a barcollare e girare in tondo, incapace di concludere la gara. Un giudice lo aiutò a tagliare il traguardo, ma fu squalificato. In quel momento il suo corpo e la sua mente erano entrati in uno stato di stress estremo: il cervello rifiutò l’idea stessa della vittoria, associandola a una fatica intollerabile.

Situazioni simili accadono anche agli studenti perfezionisti che, dopo aver studiato troppo, arrivano all’esame e non riescono a sostenerlo, oppure agli atleti sovrallenati. Ma questa è solo una forma “razionale” della paura di vincere. La più frequente è quella legata alla paura del cambiamento: di fronte all’ultimo sforzo, la mente si blocca perché teme lo squilibrio che la vittoria può generare. Il nostro organismo tende all’equilibrio (omeostasi), e il successo può essere percepito come una minaccia a quell’equilibrio.

Un’altra variante è la sindrome dell’impostore: “Se vinco, tutti scopriranno che non sono davvero capace, che la mia vittoria è solo un caso”. Oppure: “Meglio ritirarsi prima che fallire all’ultima prova e mostrare di essere un bluff”. La buona notizia è che oggi esistono strategie di intervento efficaci per superare ogni forma di Nikefobia.

Che cos’è la teoria del cambiamento e quali vantaggi porta?

La teoria del cambiamento, fondata da Paul Watzlawick – mio maestro – si concentra non sulle cause dei problemi, ma sui meccanismi del cambiamento stesso. Si occupa di capire come funziona la resistenza al cambiamento e di trovare strategie per superarla. A differenza di altri approcci che cercano le origini dei disturbi, questa teoria si focalizza sul “come” e non sul “perché”. Si lavora quindi sulle percezioni e sulle reazioni della persona, creando esperienze emozionali correttive che le permettano di scoprire di essere in grado di fare ciò che credeva impossibile. È un metodo pragmatico e rapido.

Nel suo libro “Ossessioni, compulsioni, manie” spiega che questi tre fenomeni non sono la stessa cosa. In cosa si differenziano?

L’ossessione è un pensiero che torna incessantemente alla mente, come la mania del controllo. All’inizio può sembrare utile, ma quando diventa eccessiva si trasforma nel suo opposto: troppo controllo porta alla perdita di controllo. Le compulsioni, invece, sono rituali messi in atto per difendersi da una paura: lavarsi continuamente le mani per evitare il contagio, compiere gesti propiziatori per sentirsi al sicuro, ecc. Le manie sono comportamenti o pensieri ripetitivi che la persona non riesce a evitare.

Perché una persona soffre di queste cose e un’altra no?

Non serve chiedersi “perché”, ma come questi disturbi si formano. Di solito nascono da azioni inizialmente utili che poi vengono ripetute all’eccesso, fino a diventare disfunzionali. Una persona scopre che un comportamento le fa ottenere un risultato positivo e continua a ripeterlo finché non riesce più a smettere. È così che nascono le ossessioni e le compulsioni: da tentate soluzioni di successo portate all’eccesso.

Le dipendenze rientrano tra le compulsioni?

No, c’è una differenza importante. Le compulsioni riguardano reazioni naturali e irrefrenabili, mentre le dipendenze derivano da sostanze o esperienze artificiali (come alcol, droghe, social network, smartphone). Ad esempio, la dipendenza dal telefono nasce anche dagli stimoli visivi: se lo schermo fosse in bianco e nero, la dipendenza diminuirebbe, perché i colori attivano reazioni biochimiche nel cervello. Dipendenze e compulsioni si curano in modi diversi: la prima richiede l’astinenza, la seconda no. Entrambe, però, necessitano di un intervento specialistico mirato.

Ego sano ed ego malato: quale dei due è più diffuso oggi?

Dopo l’avvento di Internet, abbiamo assistito a un’enorme crescita di patologie prima sconosciute: dipendenze da like, da visibilità, dal sesso online. La pandemia ha aggravato la fragilità e la vulnerabilità delle persone, aumentando anche disturbi compulsivi, dipendenze e disturbi alimentari. La violenza, ad esempio, è spesso una valvola di sfogo della tensione. Durante la pandemia si è registrato un aumento significativo della violenza domestica, proprio per l’isolamento forzato. Come scriveva l’etologo Konrad Lorenz, se si chiudono animali della stessa specie in spazi ristretti, finiscono per aggredirsi. Molti disturbi nascono così: da comportamenti inizialmente utili che diventano disfunzionali.

Perché qualcuno diventa violento o criminale e qualcun altro no?

Non esistono “violenti per natura”: lo si diventa attraverso un processo di condizionamento. Come nel caso dei terroristi suicidi, che vengono indotti passo dopo passo a credere che uccidere sia un atto di fede. Si diventa criminali attraverso un allenamento mentale alla violenza. Inoltre la mente umana è fragile e duttile. In certe condizioni, soprattutto in giovane età, può essere facilmente manipolata. Molti criminali non hanno disturbi psichiatrici, sono semplicemente tali per scelta. E infatti, secondo dati CIA e FBI, oltre l’80% dei criminali recidivi torna a delinquere dopo aver scontato la pena.

Nel suo libro “La nobile arte della persuasione” scrive che il percorso di persuasione non si oppone mai alle convinzioni dell’altro. Oggi ci sono più persuasori o più manipolatori?

Decisamente più manipolatori. Manipolare è molto più semplice che persuadere. Significa piegare l’altro con le mani, forzare, deformare. La disinformazione, ad esempio, è una forma di manipolazione potentissima. La persuasione, invece, è un’arte sottile: implica capacità comunicativa, empatia e intelligenza strategica. Il vero persuasore guida l’altro verso una nuova idea facendogliela scoprire da sé, senza imporla. 

Perché qualcuno si irrigidisce e qualcun altro no? 

Perché, all’inizio, la rigidità sembra vantaggiosa. È utile, funziona. Ma quando diventa abitudine, diventa una gabbia. Oggi mancano soprattutto due qualità: flessibilità e umiltà, la capacità di dire “posso avere torto”. 

Come si può recuperare la responsabilità individuale?

Insegnandola fin da piccoli. Bisogna educare i bambini a guadagnarsi le cose, non a riceverle per diritto. La società del benessere ha reso tutti iperprotetti e fragili. Per crescere forti bisogna affrontare ostacoli e superarli: è così che si costruiscono fiducia, resilienza e sicurezza personale.

Nel suo libro “La solitudine” parla del disagio di vivere soli. Che consigli dà?

Per stare bene con gli altri bisogna prima imparare a stare bene con sé stessi. Chi non sa stare solo non saprà mai relazionarsi davvero. La solitudine patologica non è solo fisica: ci sono persone sole anche in mezzo agli altri. Il senso di isolamento nasce da un’incapacità di rapporto con sé, con gli altri e con il mondo.

Se andassimo tutti in analisi, che cosa succederebbe?

Tutti abbiamo qualcosa da migliorare, ma non tutti possiamo farlo. Non è sempre necessario capire da soli i propri problemi: a volte serve uno specialista che ci aiuti a vederli e a correggerli. L’equilibrio, come la sicurezza personale, non è mai definitivo: è una conquista quotidiana. Non esiste una serenità eterna: l’essere umano evolve, e deve continuamente coltivare flessibilità, umiltà e miglioramento. Come diceva Friedrich Nietzsche, «tutto ciò che non ci eleva ci abbassa». La crescita è una lotta quotidiana, ma è anche la nostra più grande opportunità.

 

Giorgio Nadali

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