La ricercatrice di ematologia e oncologia pediatrica, premiata al Congresso AIEOP, racconta a Health Stories il suo impegno per terapie sempre più mirate.
La dottoressa Gaia Martire è una ricercatrice affiliata, tra gli altri, all’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Padova e all’Istituto di Ricerca Pediatrica, Fondazione Città della Speranza. Il suo lavoro si concentra sull’ematologia e l’oncologia pediatrica, con un focus su temi complessi come l’eterogeneità tumorale e l’identificazione di nuovi biomarcatori. Il suo contributo scientifico è stato riconosciuto al 50° Congresso Nazionale AIEOP (Associazione Italiana Ematologia Oncologia Pediatrica), dove le è stato conferito il prestigioso Premio Miglior Abstract Ematologia Oncologica, riservato ai ricercatori under 40. Health Stories ha avuto l’opportunità di assistere alla cerimonia ufficiale di premiazione e con l’occasione abbiamo deciso di intervistarla.

Photo: Riccardo Pallotta
Com’è iniziato il suo percorso nel campo dell’ematologia oncologica e cosa l’ha spinta a intraprendere la strada della ricerca?
Mi sono laureata in Biologia Molecolare e Cellulare all’Università di Bologna e solo successivamente, con il dottorato presso il laboratorio della professoressa Lara Mussolin all’Istituto di Ricerca Pediatrica-Città della Speranza di Padova, mi sono avvicinata davvero alla biologia dei tumori pediatrici. Fin da subito mi ha colpita quanto queste patologie fossero complesse e, allo stesso tempo, quanto la ricerca potesse avere un impatto concreto sulla vita dei pazienti e delle loro famiglie. Quest’anno termino il mio percorso di dottorato, ma continuo a vedere nella ricerca un modo per dare un contributo reale e duraturo: ogni avanzamento, anche il più piccolo, può rappresentare un passo avanti verso cure più efficaci e personalizzate per questi piccoli pazienti.
Qual è stato l’obiettivo principale dello studio presentato al Congresso AIEOP e quali risultati o evidenze ritiene più rilevanti?
Il nostro studio si è concentrato sui linfomi non-Hodgkin a cellule B, che rappresentano la maggior parte dei linfomi in età pediatrica. Per questi pazienti, soprattutto in caso di recidiva, la prognosi è ancora particolarmente sfavorevole, ed è quindi essenziale riuscire a identificare precocemente chi ha un rischio maggiore. In collaborazione con il gruppo europeo dei linfomi non Hodgkin (EICNHL) abbiamo analizzato il gene TP53 in un’ampia coorte di ben 774 pazienti.
Abbiamo dimostrato che le mutazioni di questo gene sono fortemente associate a un rischio maggiore di recidiva. Questo lavoro permette di evidenziare in modo definitivo il ruolo delle mutazioni di TP53 come marcatore prognostico in questi linfomi pediatrici. Per questo motivo, anche grazie ai nostri studi, lo stato mutazionale di TP53 verrà inserito come criterio di stratificazione nel nuovo protocollo clinico internazionale B-NHL 2025, con l’obiettivo di individuare fin dall’inizio i pazienti a maggior rischio e migliorare il loro percorso di cura.

Come si inserisce questa ricerca nel panorama attuale delle nuove strategie terapeutiche per i pazienti pediatrici?
La nostra ricerca si inserisce in un momento in cui l’oncologia pediatrica sta puntando sempre di più verso terapie personalizzate e basate su marcatori biologici affidabili. Capire in modo preciso quali pazienti presentano un rischio maggiore di recidiva è fondamentale per due motivi: da un lato permette di intensificare precocemente le cure nei casi più complessi, dall’altro evita trattamenti inutilmente aggressivi per chi ha una prognosi favorevole.
L’identificazione dello stato mutazionale di TP53 come marcatore prognostico rappresenta un passo importante proprio in questa direzione. Inserire queste informazioni nei nuovi protocolli terapeutici – come accadrà nel B-NHL 2025 – significa utilizzare dati biologici solidi per guidare le decisioni cliniche fin dall’esordio della malattia. In questo senso, il nostro studio contribuisce a costruire un modello di cura più mirato, in cui la genetica del tumore non è solo uno strumento diagnostico, ma diventa un elemento chiave per migliorare la stratificazione del rischio e, di conseguenza, l’efficacia delle terapie destinate ai pazienti pediatrici.
Quali sono, secondo lei, le maggiori sfide e le maggiori motivazioni per un giovane ricercatore che sceglie di lavorare in ambito oncoematologico?
Lavorare nell’ambito dell’oncoematologia pediatrica comporta sicuramente delle sfide importanti. La prima è la complessità biologica di queste malattie, che richiede un aggiornamento costante e la capacità di integrare competenze diverse, dalla genetica alla biologia cellulare, fino agli aspetti clinici. Un’altra difficoltà è la lentezza con cui la ricerca si traduce in applicazioni cliniche: spesso servono molti anni di lavoro per vedere un reale impatto sui percorsi di cura, e questo può essere impegnativo per un ricercatore.

Allo stesso tempo, però, è proprio questo che rende il lavoro così motivante. Ogni dato, ogni risultato, anche piccolo, può rappresentare un passo avanti verso diagnosi più precise e terapie più efficaci. La consapevolezza di contribuire, anche indirettamente, al miglioramento della vita di bambini e adolescenti è una spinta fortissima. Inoltre, il clima di collaborazione, all’interno del proprio gruppo di lavoro ma anche a livello internazionale, che caratterizza questo ambito rende il lavoro scientifico stimolante e profondamente arricchente per un giovane ricercatore.
Guardando al futuro, quali direzioni o ambiti di approfondimento la interessano maggiormente per proseguire il suo percorso scientifico?
Un ambito prioritario è sicuramente lo sviluppo di marcatori prognostici sempre più precisi, utili a personalizzare le terapie fin dall’esordio. Sarebbe anche interessante approfondire l’integrazione tra analisi genomiche e studi funzionali, per capire meglio quali fattori influenzano il comportamento dei tumori pediatrici. Infine, vorrei contribuire a progetti collaborativi che uniscano ricerca di laboratorio e clinica, perché credo che sia questo il percorso più efficace per migliorare concretamente le cure dei giovani pazienti.
Tutte le foto sono fornite dall’intervistata
