Filippo Lococo spiega che innovazione, ricerca traslazionale e approccio multidisciplinare sono in prima linea nella lotta ai tumori polmonari e della pleura. «Si salvano molte più vite con la testa piuttosto che con le mani» è il suo principio guida.
Filippo Lococo, classe 1983, è dirigente medico al Policlinico Agostino Gemelli di Roma e professore associato di Chirurgia Toracica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore a Roma. Dopo aver accumulato esperienza clinica e chirurgica in prestigiosi centri internazionali, tra cui l’Osaka Medical Centre for Cancer and Cardiovascular Disease in Giappone e il Dipartimento di Chirurgia Toracica dell’Hôpital Hôtel-Dieu di Parigi, oggi da chirurgo toracico si occupa prevalentemente di tumori del polmone e della pleura, oltre che di tutti i tumori che si trovano all’interno del torace. «La mia attività comprende sia la chirurgia clinica che la ricerca. Recentemente ci stiamo concentrando sulla ricerca traslazionale, che include scienze come la genomica, la proteomica e l’intelligenza artificiale», spiega in questa intervista.
Come è nato il suo interesse per la ricerca e l’assistenza ai pazienti?
Il nostro lavoro come chirurghi è già di per sé molto impegnativo: operiamo in sala operatoria e ci concentriamo sugli interventi. Tuttavia, a volte questo può risultare limitante, poiché ci si concentra solo sugli interventi stessi. Mi ha sempre incuriosito il “perché” delle cose: perché si sviluppa un tumore, perché torna dopo un intervento, perché alcuni tumori si comportano diversamente da altri. Non ho mai voluto accettare passivamente le informazioni, ma ho voluto scoprirle da solo. Così, mentre mi occupavo di tumori, ho deciso di approfondire la mia comprensione a livello microscopico. La ricerca è quindi nata dalla mia curiosità e dalla convinzione che sia più utile condurre una buona ricerca piuttosto che limitarsi a eseguire singoli interventi. Se svolgi un intervento, infatti, puoi salvare la vita a una persona, ma se fai ricerca e scopri un nuovo farmaco o un intervento innovativo, potenzialmente puoi salvare molte più vite. Come dico spesso, «si salvano molte più vite con la testa piuttosto che con le mani». Non mi basta usare solo le mani per aiutare le persone; mi piace pensare che un chirurgo moderno possa anche usare la propria mente al servizio del malato. Questo significa studiare, fare ricerca e portare avanti progetti per migliorare la conoscenza dei tumori (nel mio campo del distretto toracico).
Quali sono i progetti di ricerca più significativi su cui sta lavorando attualmente?
Attualmente stiamo lavorando a diversi progetti, e uno dei più importanti è stato finanziato dalla Commissione Europea con un milione di euro (si chiama “Lantern”). Io sono il coordinatore di questo progetto, che si occupa dell’applicazione di nuove scienze, come la genomica, la radiomica e l’intelligenza artificiale, nel trattamento dei tumori polmonari. Utilizziamo queste tecnologie per predire il comportamento dei tumori. Nei prossimi due anni, studieremo 600 pazienti affetti da tumore del polmone. Grazie a tecnologie avanzate, svilupperemo modelli predittivi che ci permetteranno di capire, prima di un trattamento, come si comporterà la malattia, se tornerà, quale farmaco sarà più efficace e quali complicazioni potrebbero sorgere. Un altro progetto, finanziato dal Ministero della Salute, riguarda il mesotelioma, un tumore aggressivo che colpisce la pleura. Stiamo analizzando le cellule tumorali mediante tecniche genomiche avanzate per cercare di migliorare le attuali terapie, che sono purtroppo poco efficaci. Questo progetto prevede anche di arruolare pazienti affetti da mesotelioma e proporre una nuova combinazione di chirurgia e chemioterapia, insieme a biopsie per analisi di laboratorio.
Che cos’è Alcase e che importanza ha nel suo lavoro?
Alcase Italia, di cui sono presidente, è la prima organizzazione non-profit italiana dedicata alla lotta al cancro del polmone e ha un ruolo fondamentale nel progetto Lantern: funziona come un ponte tra i ricercatori e i pazienti, trasmettendo informazioni sui progressi della ricerca alla popolazione. Questo ci consente di mantenere un contatto diretto non solo con i pazienti coinvolti nel progetto, ma anche con coloro che non possono partecipare. Alcase rappresenta quindi un elemento chiave per la comunicazione e il coinvolgimento della comunità.
Quali prospettive future si aprono per la gestione clinico-paziente?
Oggi è cruciale lavorare in rete, non solo tra ospedali, ma anche tra specialisti. Dobbiamo seguire un paziente che ha sempre più bisogno di un approccio multidisciplinare. La trasformazione del sistema sanitario implica che il paziente sia al centro, con i medici che collaborano per trovare strategie comuni. Prevediamo di creare reparti misti, dove diverse figure professionali lavoreranno insieme. In Inghilterra, ad esempio, esistono già le lung unit e le cancer unit, che integrano vari specialisti in oncologia facendoli lavorare sotto lo stesso “tetto”. Spero che questo modello si diffonda anche in Italia nei prossimi anni.
Ha un messaggio finale?
Vorrei sottolineare l’importanza di ricevere cure vicine a casa. Le terapie standard devono essere effettuate in centri locali, ma per trattamenti più complessi è fondamentale rivolgersi a strutture di eccellenza, come il Policlinico Gemelli nel Lazio. La medicina è diventata molto complessa e solo i grandi ospedali dispongono delle tecnologie necessarie per affrontare le sfide attuali. È importante che i cittadini accettino di percorrere qualche chilometro in più per ricevere le migliori cure disponibili.

