19 Febbraio 2026, 1:26
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Ernesto Claar: «Bisogna prevenire le patologie epatiche a partire dall’infanzia»

di Valentina Tafuri
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Le malattie del fegato sono ancora un’emergenza sia clinica che sociale che richiede informazione e prevenzione, a partire dai più giovani. Ce ne parla  Ernesto Claar, Direttore dell’Unità Operativa di Epatologia presso l’Ospedale Evangelico Betania di Napoli.

 

Ernesto Claar è in prima linea nella promozione di comportamenti consapevoli che scongiurino la diffusione di patologie del fegato, che possono avere risvolti anche molto gravi. Oggi Direttore dell’Unità Operativa di Epatologia presso l’Ospedale Evangelico Betania di Napoli, fa parte di tre generazioni di medici specializzati nelle malattie del fegato. Il nonno Ernesto Claar (1908 – 1972) definì nel 1952 il significato clinico della bilirubina e più tardi, nel 1973, le sue ricerche condussero all’importante  pubblicazione sul valore dell’enzima gamma-GT. Il padre, Giovanni Massimiliano, classe 1942, promosse, insieme ad Antonio Ascione, la creazione del  primo Reparto Ospedaliero Italiano dedicato all’Epatologia presso l’Ospedale Cardarelli di Napoli, e nel biennio 2008-2009 ha ricoperto la carica di presidente nazionale della Federazione Italiana delle Malattie Digestive (il ruolo, per intenderci, che suggerisce al Ministero della Salute linee guida in ambito gastroenterologico). Ernesto Claar jr, classe 1973, continua nella tradizione di famiglia, come ci racconta in questa intervista che abbiamo svolto in occasione del suo Corso di aggiornamento  “L’ Epatologia nel terzo millennio”, che organizza da dodici anni.

Cosa è emerso da questi due giorni di corso con esperti di tutta Italia?

Purtroppo un dato allarmante, cioè che le malattie del fegato correlate sono destinate ad incrementare nei prossimi anni. Stimiamo che, nel prossimo decennio, le cirrosi epatiche aumenteranno del 50% ed i tumori epatici del 100%;  anni addietro la causa principale di epatopatia era rappresentata da virus (epatite B o C), oggi le cause sono legate, in un certo senso, al benessere della società contemporanea. L’emergenza di oggi è la malattia del fegato grasso, ossia la steatosi epatica, associata alla sindrome metabolica che, in caso di infiammazione (steatoepatite), comporta un rischio cardiovascolare ed un rischio di sviluppare tumore enormemente alto. Oggi il 65% dei diabetici,  l’80% degli obesi ed il 90% di chi consuma alcool in quantità superiori alle 2-3 unità al giorno ha malattia da fegato grasso che, troppo spesso, evolve inconsapevolmente in cirrosi epatica o in tumore al fegato.

ecografia

Il dott. Claar esegue un’ecografia di prevenzione

Cosa si può fare per evitare che questi dati continuino a crescere?

Diffondere consapevolezza. La steatosi epatica, quando associata a disfunzione metabolica, è una malattia pericolosa, anche perché non dà segni e spesso quando viene diagnosticata è già troppo tardi. Medici, istituzioni, famiglia e scuola devono lavorare congiuntamente per combattere questa malattia sin dall’età infantile. L’obesità infantile aumenta drammaticamente il rischio di evolvere in sindrome metabolica in età adulta. E l’obesità, insieme alle altre espressioni della sindrome metabolica, incidono sulla capacità di fare attività fisica e di socializzazione in quanto comportano ansia, depressione, bassa autostima, deterioramento della qualità di vita. C’è un motivo organico che determina tutto questo ed è come un cane che si morde la coda: un bambino obeso, con bassa autostima, tende a isolarsi e a trovare forme di svago solitarie come i video-giochi, che incidono sull’equilibrio del sonno, facendolo dormire poco. Una scarsa igiene del sonno, sia dormire troppo (più di 9 ore) che troppo poco (meno di 6 ore), incide sulla produzione di ormoni che regolano la sensazione di fame (grelina e leptina), per cui aumenta il senso di appetito e il bambino mangia di più ed aumenta di peso, in una spirale che si avvolge su stessa senza fine. Se non interrompiamo questo trend, in meno di 20 anni un bambino su tre sarà affetto da steatosi epatica. Perciò oggi, pediatri e medici di medicina generale dovrebbero essere messi in grado di intercettare il soggetto a rischio attraverso una serie di indicatori come l’indice di massa corporea (BMI), transaminasi, piastrine, presenza di resistenza insulinica e diabete, sottoporlo ad ecografia e fibroscan ed eventualmente indirizzarlo a  specialisti epatologi.

fibroscan

Il dott. Claar esegue un fibroscan

La sua attenzione è molto rivolta ai giovani e al consumo di alcool. Come mai?

Nei giovani abbiamo registrato un continuo aumento dell’abuso di alcool e del cosiddetto “binge drinking”, ossia il consumo di alcool col fine di ubriacarsi, concentrato in poco tempo, ad esempio, 4/5 bicchieri in una serata. La loro capacità di metabolizzare l’alcool è di mezza unità (mezzo bicchiere di vino, mezza birra) in un’ora; questo determina che l’alcool così inconsapevolmente ingerito rompe il normale equilibrio tra morte e rigenerazione cellulare del fegato, producendo danni a lungo termine, di cui la steatosi epatica è una delle prime espressioni, con le conseguenze di cui abbiamo appena parlato. Per questo, la dose di alcool raccomandata è zero! Visto che conosciamo i rischi, bisogna impegnarsi a lavorare in prevenzione e non in emergenza: questo scenario rappresenta costi socialmente ed economicamente non sostenibili. Per garantire la tenuta del Sistema Nazionale Sanitario l’unica chance è anticipare i problemi.

Come vi state muovendo in termini di prevenzione?

Stiamo lavorando con l’Ordine dei Medici Chirurghi ed Odontoiatri di Napoli e l’Ufficio Scolastico della Regione Campania al progetto “La salute passa attraverso le immagini” per prevenire comportamenti a rischio e diffondere consapevolezza tra i giovanissimi: l’obiettivo è promuovere l’adozione di uno stile di vita sano, un’alimentazione basata sulla dieta mediterranea, scoraggiare il consumo di grassi saturi, alimenti ultraprocessati e alcool,  e spronare i giovani a intraprendere l’attività sportiva che, da sola, può ridurre di 3,5 volte l’accumulo di grasso epatico.

 

Valentina Tafuri

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