Oltre la diagnosi esiste uno spazio di relazione capace di influenzare direttamente gli esiti clinici. Riconoscere il valore terapeutico dell’empatia e della comunicazione è il passo fondamentale per evolvere da una medicina del corpo a una medicina della persona.
Elena Pattini, dottoressa di ricerca in Psicologia e Dirigente Psicologa-Psicoterapeuta presso l’Ausl di Parma, lavora da anni all’incrocio tra ricerca, alta formazione e pratica clinica con un obiettivo preciso: rendere la relazione tra medico e paziente un elemento terapeutico a tutti gli effetti. In qualità di professoressa a contratto presso l’Università di Parma (per il Corso di laurea magistrale in programmazione e gestione dei Servizi Sociali) e di docente per la Società Italiana di Medicina Interna (SIMI), ha dedicato gran parte della sua carriera a tradurre le neuroscienze dell’empatia in strumenti operativi per il sistema sanitario.
Un impegno scientifico e istituzionale che le è valso, nel 2018, il prestigioso Premio AIF Adriano Olivetti (menzione speciale per “applicazione scientifica”) per l’innovazione nella formazione. Questa visione trova applicazione nel corso “La Relazione che Cura” dove la psicoterapeuta accompagna i partecipanti nell’esplorazione della dimensione umana della terapia, fornendo strumenti per gestire correttamente il carico emotivo della professione. Il suo percorso, che spazia dallo studio delle dinamiche relazionali alla progettazione di corsi sulla comunicazione empatica per i reparti ospedalieri, dimostra come la cura non passi solo attraverso protocolli e terapie, ma anche attraverso la capacità di ascoltare e rispondere alle esigenze umane di chi si trova in una condizione di fragilità. Un approccio che mette al centro non solo il benessere del paziente, ma anche quello di chi lo assiste, integrando competenze che Elena Pattini porta con passione anche su palchi divulgativi come quello del TEDx.
Il suo percorso riflette una costante attenzione alle relazioni umane in contesti critici. Come si è sviluppato il suo interesse per le dinamiche relazionali in ospedale e come è nata l’idea di creare percorsi formativi sulla comunicazione empatica per i sanitari?
Mi sono laureata in Psicologia del lavoro all’Università di Parma e dopo un bellissimo tirocinio formativo presso il Centro di terapia familiare dell’Ausl di Parma ho frequentato la scuola di specializzazione in Psicoterapia Sistemico-Relazionale, con una tesi dedicata alla terapia di coppia e in contemporanea ho fatto il dottorato in Psicologia. Il mio percorso è quindi piuttosto variegato. Durante il dottorato ho lavorato a un progetto di ricerca sullo stress dei caregiver, in particolare dei genitori di bambini autistici, con un focus sui fattori psicobiologici legati alla reattività allo stress. In quegli anni ho collaborato con il professor Giacomo Rizzolatti, neuroscienziato italiano scopritore dei neuroni specchio le cui ricerche sono state importantissime per gli studi sull’empatia.
Nel corso della mia attività accademica e partecipando a una serie di convegni scientifici ho poi conosciuto il professor Nicola Montano, presidente della Società Italiana di Medicina Interna. Da quell’incontro e grazie alla sua visione illuminata è nata l’idea di realizzare percorsi formativi rivolti ai medici strutturati e agli specializzandi, sul tema della comunicazione empatica in sanità, con l’obiettivo di colmare un grave gap formativo esistente. La risposta è stata da subito molto positiva da parte di tutte le figure sanitarie coinvolte, medici, ma anche psicologi ospedalieri.

Photo: Magnific / Drazen Zigic
Come si traduce concretamente, nel lavoro quotidiano in corsia, la collaborazione tra psicologi e personale medico all’interno del suo team?
Nell’attività formativa promossa dalla SIMI con il corso “La relazione che cura. Basi teorico-pratiche della comunicazione empatica con il paziente” collaboro con il dottor Roberto Tarquini, direttore di Medicina Interna 1 dell’ospedale San Giuseppe di Empoli e vicepresidente della SIMI. Lui si occupa soprattutto di analizzare gli aspetti più pratici della comunicazione in contesti medici specifici, ad esempio durante le sessioni di role playing, in cui simuliamo casi clinici con un alto grado di complessità da un punto di vista comunicativo. Il nostro è per forza un lavoro di squadra in cui ognuno di noi porta la propria specifica competenza, uno senza l’altro sarebbe manchevole.
Nell’attività clinica, invece, lo psicologo ospedaliero affianca e collabora con il medico non solo nei momenti più delicati, come la comunicazione di una diagnosi, ma anche offrendo sostegno ai pazienti e ai caregiver durante tutto il percorso di cura. La relazione tra medico e psicologo dà vita a un team che si accompagna costantemente, sostenendosi e integrandosi. C’è poi un aspetto fondamentale di questa collaborazione: il sostegno al medico stesso, che nello svolgimento del proprio lavoro è sottoposto a uno stress emotivo molto intenso e può trarre grande beneficio dalla presenza di uno psicologo all’interno del team.
I pazienti possono avere attitudini più cognitive o emotive: come può il medico modulare il proprio approccio per rispondere al meglio a queste diverse esigenze?
Esistono pazienti con una tendenza più cognitiva: apprezzano il linguaggio tecnico del medico, i dati che vengono forniti come strumenti di valutazione e le descrizioni dettagliate, per esempio sugli effetti collaterali delle terapie. Il paziente emotivo, invece, è più attento a come il medico comunica le informazioni e all’atteggiamento che assume nei suoi confronti. In genere predilige il contatto fisico, osserva molto il comportamento non verbale e si sente più a suo agio con un medico informale, capace di adottare un approccio caldo e accogliente. Va però considerato che uno stesso paziente può essere più cognitivo o più emotivo a seconda della fase del percorso di cura. Pensiamo, ad esempio, a chi riceve una diagnosi grave: in quel momento l’emotività tende quasi sempre a prevalere. Per questo è fondamentale che il medico riesca a capire rapidamente che tipo di paziente ha davanti in quel determinato momento. Quando riesce a decifrarlo, può rispondere meglio ai suoi bisogni specifici, che siano cognitivi o emotivi, e questo incide profondamente sulla fiducia che il paziente ripone nel medico e sulla qualità della relazione terapeutica. Per farlo ha a disposizione due strumenti fondamentali: la domanda e l’ascolto.
È importante chiedere al paziente come si sente, cosa ha bisogno di sapere in quel momento, dargli soprattutto il tempo di rispondere, ricordare ciò che il paziente aveva già detto in precedenti incontri e osservare attentamente le sue reazioni. In questo modo il medico può cogliere cambiamenti nel tono di voce, nei gesti, nello sguardo o nella postura e trarne indicazioni utili per modulare il proprio approccio. Per fare tutto questo in modo adeguato è necessario che al medico importi davvero del paziente e che anche il sanitario abbia consapevolezza delle proprie emozioni. È responsabilità del medico trovare il modo di comprendere e di farsi comprendere, perché in quel momento il suo interlocutore si trova in una condizione di fragilità e la comunicazione diventa inevitabilmente asimmetrica.
Quanto incidono elementi non verbali come la postura e la gestualità nella comunicazione di una diagnosi delicata e sulla qualità della relazione terapeutica?
Giocano un ruolo fondamentale. La maggior parte delle persone intuisce se sono in arrivo cattive notizie già dal modo in cui il medico entra nella stanza, dallo sguardo che ha o dal tono della voce. In quel momento tutto ciò che il medico fa comunica quanto le parole, spesso con un’immediatezza ancora maggiore. Mostrare empatia con il corpo, attraverso piccoli gesti come sedersi accanto al paziente, prendere la sua mano, usare un tono di voce pacato o mantenere il contatto visivo mentre si comunica la notizia, contribuisce a creare la cornice della comunicazione. Paradossalmente, il paziente ricorderà soprattutto questo, ancor prima delle parole. Quando si riceve una notizia molto difficile da elaborare si tende a registrare solo la prima parte del discorso; poi l’emotività spesso prende il sopravvento e le informazioni successive vengono percepite in modo più confuso. La comunicazione non verbale, invece, viene recepita immediatamente e rimane profondamente impressa. Ricordiamoci che siamo primariamente “corpi in relazione”.

Photo: Magnific / Drazen Zigic
In ottica di prevenzione del burnout, come può il medico trovare il giusto equilibrio tra l’empatia verso il paziente e il necessario distacco emotivo?
È un tema molto importante. L’empatia è uno strumento fondamentale, ma il medico deve riuscire a porre un limite al coinvolgimento emotivo, per evitare di essere travolto dal dolore dell’altro e diventare meno efficace. Questo equilibrio si costruisce attraverso la consapevolezza delle proprie fragilità non respingendole o anestetizzandole e imparando progressivamente a gestirle in modo adeguato, dopo averle accettate. Non dobbiamo avere paura di commuoverci, né di dire che ci dispiace per la persona che abbiamo davanti, e nemmeno di provare affetto per i nostri pazienti. Quando il medico comprende che non deve temere queste emozioni, diventa incredibilmente più facile regolare la propria emotività, senza farsi travolgere e riuscire ad accompagnare il paziente in modo autentico e profondo.
Quali saranno i focus principali delle prossime attività formative per i medici sulla comunicazione delle diagnosi complesse e la gestione emotiva?
Nei prossimi appuntamenti ci concentreremo in particolare sulla comunicazione delle cattive notizie e delle diagnosi difficili, sia al paziente che ai familiari, sulla gestione della comunicazione non verbale, sull’emotività del medico e sulla sua responsabilità comunicativa. L’obiettivo finale sarà strutturare una pubblicazione per raccogliere e divulgare questi importanti contenuti.

