La terapia del dolore costruisce percorsi personalizzati che possono comprendere farmaci, riabilitazione, procedure interventistiche e neuromodulazione, con un obiettivo concreto: recuperare funzione e qualità di vita.
In Italia il 24,1% degli adulti quindi circa 10,5 milioni di persone, riferisce un dolore persistente da almeno tre mesi. Il dato arriva dalla più recente analisi disponibile dell’European Health Interview Survey, condotta nel 2019 su un campione rappresentativo della popolazione italiana e pubblicata nel 2025, che aggiorna le precedenti stime nazionali sulla prevalenza del dolore cronico.
Il dolore ha una funzione fondamentale: segnalare che qualcosa non va e proteggere l’organismo. Quando però persiste o ricorre da almeno tre mesi, può diventare una condizione patologica autonoma, capace di compromettere movimento, sonno, lavoro, relazioni e qualità della vita. È il dolore cronico, appunto. La prevalenza aumenta con l’età e rappresenta un problema con un impatto rilevante anche sui sistemi sanitari e sociali: il dolore persistente può diventare esso stesso una malattia, con conseguenze fisiche, psicologiche e sociali.
Capire quale dolore si sta trattando
Il dolore cronico non è una condizione unica. Può accompagnare malattie muscoloscheletriche, conseguire a un trauma o a un intervento chirurgico oppure essere legato direttamente a un’alterazione del sistema nervoso. Nel dolore neuropatico, per esempio, il sistema nervoso è coinvolto direttamente e chi ne soffre può avvertire bruciore, formicolio, scosse elettriche o un’eccessiva sensibilità agli stimoli. Esistono poi forme di dolore cronico primario, nelle quali il dolore e la disabilità associata non sono adeguatamente spiegati da una singola patologia o da un danno identificabile.
Distinguere i diversi meccanismi è essenziale perché la terapia deve essere costruita sulla persona e non soltanto sul sintomo. L’obiettivo non è infatti misurare esclusivamente quanto dolore viene percepito, ma capire che cosa quel dolore impedisce alla persona di fare.

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Una terapia, più strumenti
La terapia del dolore non coincide con la semplice prescrizione di un analgesico, ma rappresenta un insieme di interventi diagnostici e terapeutici che possono comprendere approcci farmacologici, chirurgici, strumentali, psicologici e riabilitativi, integrate in percorsi appropriati e personalizzati.
A seconda della diagnosi possono quindi essere utilizzati farmaci analgesici o medicinali specifici per alcune forme di dolore neuropatico, insieme a fisioterapia, esercizio terapeutico e riabilitazione. Nei casi appropriati possono essere utilizzate anche procedure interventistiche rivolte a specifiche strutture responsabili della trasmissione del dolore. La scelta della procedura non dipende soltanto dalla durata del dolore: deve essere preceduta da una valutazione diagnostica che identifichi il possibile bersaglio e verifichi l’appropriatezza del trattamento.
Tra le procedure interventistiche c’è la radiofrequenza, utilizzata in pazienti selezionati quando il dolore è riconducibile, per esempio, alle articolazioni faccettali della colonna. La procedura utilizza il calore prodotto da una corrente a radiofrequenza per interrompere la trasmissione dei segnali dolorosi attraverso specifiche fibre nervose. Le evidenze disponibili non sono però uniformi per tutti i tipi di dolore: la scelta dipende quindi dalla diagnosi e dall’origine del problema.
Anche la riabilitazione e il supporto psicologico hanno un ruolo chiave. Questo non significa attribuire il dolore a una causa psicologica, ma riconoscere che dolore persistente, disturbi del sonno, stress, ansia e riduzione dell’attività fisica possono alimentarsi reciprocamente. Per questo la presa in carico richiede competenze multidisciplinari per ridurre l’intensità dei sintomi e ripristinare l’autonomia quotidiana.

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Quando entra in gioco la neuromodulazione
Nei pazienti con dolore cronico particolarmente resistente ai trattamenti convenzionali possono essere prese in considerazione tecniche di neuromodulazione. Tra queste c’è la stimolazione del midollo spinale. È una terapia riservata a pazienti accuratamente selezionati con dolore cronico refrattario, dopo una valutazione multidisciplinare.
Gli elettrodi vengono posizionati nello spazio epidurale e collegati a un generatore impiantato. Prima dell’impianto definitivo viene generalmente effettuata una fase di prova, che permette di verificare la risposta della persona trattata e la tollerabilità della stimolazione. La procedura è invasiva e non garantisce un risultato duraturo: tra le possibili complicanze ci sono infezione, spostamento o rottura degli elettrodi, dolore procedurale e, più raramente, lesioni neurologiche o cefalea dovuta a una puntura accidentale della dura madre. Anche per questo la selezione della persona da trattare e la valutazione delle aspettative sono parte integrante del trattamento.
Tra le tecnologie utilizzate nella neuromodulazione ci sono sistemi a stimolazione ad alta frequenza e sistemi a circuito chiuso. La prima definisce il modo in cui vengono erogati gli impulsi: per esempio, la stimolazione a 10 kilohertz utilizza una frequenza molto più elevata rispetto alla stimolazione convenzionale. Il circuito chiuso riguarda invece il controllo della stimolazione: il dispositivo rileva l’attività elettrica evocata dalle fibre nervose e utilizza queste informazioni per adattare l’erogazione degli impulsi.
Una rete per la presa in carico
In Italia il diritto alla terapia del dolore è stato sancito dalla Legge 38/2010, che ha previsto una rete assistenziale specifica. Il modello comprende diversi livelli di cura, dal medico di medicina generale ai centri ambulatoriali e ospedalieri specialistici, organizzati secondo il modello Hub e Spoke, sistema che collega i servizi territoriali di base agli ospedali di alta specializzazione. Il medico di medicina generale può fornire la prima valutazione e indirizzare la persona al livello specialistico quando la complessità del caso lo richiede.
Il punto di partenza resta sempre lo stesso: capire quale dolore si sta trattando, riconoscere precocemente il dolore persistente, identificarne il meccanismo e indirizzare la persona verso il percorso assistenziale appropriato. Il principio è quello della personalizzazione: non esiste una soluzione uguale per tutti, perché cambiano la causa, il meccanismo, la risposta alle terapie e l’impatto che il dolore ha sulla vita di ciascuna persona.
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