7 Febbraio 2026, 23:27
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Disturbo cognitivo lieve e rischio di demenza: i risultati europei

di Paola Landriani
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I risultati del progetto europeo AI-MIND offrono una panoramica dettagliata sul Disturbo Cognitivo Lieve (MCI), una condizione di confine tra il normale invecchiamento e la demenza patologica. 

Capita di dimenticare un nome, perdere il filo di un discorso o avere la sensazione che la memoria non sia più affidabile come un tempo. In molti casi si tratta di piccoli cambiamenti legati all’età, ma per alcune persone questi segnali possono indicare una condizione precisa: il disturbo cognitivo lieve. 

Cos’è il disturbo cognitivo lieve?

Noto anche come Mild Cognitive Impairment (MCI), è una condizione in cui compaiono difficoltà cognitive più evidenti rispetto a quelle attese per l’età, ma senza un impatto significativo sull’autonomia quotidiana. Le persone continuano a svolgere le normali attività, anche se con maggiore fatica soprattutto sul piano della memoria, dell’attenzione o della capacità di pianificazione.

Si tratta di una condizione di confine che si colloca tra il normale invecchiamento cerebrale e la demenza. Non tutte le persone con disturbo cognitivo lieve evolvono verso forme di demenza, ma per una parte di loro il rischio esiste e può aumentare nel tempo.

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Photo: Unsplash / Robina Weermeijer

Negli ultimi anni, questa fase intermedia tra l’invecchiamento cerebrale e la demenza è diventata sempre più centrale nella ricerca scientifica. Comprendere cosa succede, e soprattutto quali fattori possono influenzarne l’evoluzione, è fondamentale per intervenire in modo tempestivo. In questa direzione si inseriscono i risultati dello studio europeo AI-MIND, che ha analizzato il rischio di progressione verso la demenza nelle persone con disturbo cognitivo lieve. 

AI-MIND: i numeri della ricerca

Questo studio ha analizzato 1.022 soggetti seguiti in quattro centri clinici europei – Madrid, Oslo, Helsinki e Roma – e rappresenta uno dei tentativi più ampi di osservare il disturbo cognitivo lieve in una prospettiva comparativa tra diversi contesti sanitari. Il progetto AI-MIND è stato avviato nel 2021 e finanziato dalla Commissione Europea con circa 14 milioni di euro nell’ambito del programma Horizon 2020. Coinvolge 15 partner provenienti da 8 Paesi europei e oltre 100 ricercatori, tra neurologi, geriatri, bioingegneri, statistici, informatici ed esperti di Health Technology Assessment, con la partecipazione di Alzheimer Europe.

L’ampiezza del progetto riflette le dimensioni del fenomeno: in Italia si stima che il disturbo cognitivo lieve riguardi oltre 950mila persone, mentre a livello europeo i soggetti interessati sarebbero circa 10 milioni. Numeri che spiegano perché questa fase intermedia tra invecchiamento e demenza sia diventata una priorità per la ricerca e per i sistemi sanitari.

Dal 2021 al 2023, in Italia, sono oltre 275 i partecipanti arruolati all’interno del progetto: i primi risultati sono stati presentati a Roma in occasione dell’XI ed ultima Assemblea Generale organizzata da IRCCS San Raffaele Roma, Università Cattolica del Sacro Cuore (Professoressa Rossella Di Bidino), IRCCS Fondazione Policlinico A. Gemelli (Professor Camillo Marra) e dalla start-up/spin-off accademico Neuroconnect (Professor Fabrizio Vecchio). 

I risultati

«Il disturbo cognitivo lieve rappresenta uno stadio intermedio tra un normale e fisiologico invecchiamento del cervello e una degenerazione patologica come quella osservata nelle demenze», ha spiegato Paolo Maria Rossini, direttore del Dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione dell’IRCCS San Raffaele di Roma, nel corso della presentazione. «Questa condizione configura un rischio nettamente aumentato di sviluppare demenza, ma solo in una parte dei soggetti, che nei vari studi fluttua tra il 30 e il 50%, si osserva una reale progressione negli anni successivi». 

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I risultati mostrano che circa il 10% dei partecipanti ha sviluppato una forma di demenza nell’arco di 24 mesi dall’inizio del follow-up. Accanto a questo dato, emerge un’altra traiettoria rilevante: circa il 20% delle persone ha manifestato un peggioramento significativo delle funzioni cognitive rispetto alla valutazione iniziale pur restando ancora nella condizione di disturbo cognitivo lieve. Un dato che suggerisce come l’evoluzione non sia uniforme e che il declino possa presentarsi in forme e tempi diversi.

Differenze geografiche e diagnosi precoce

Nel complesso, i numeri restituiscono un quadro articolato: per alcune persone il disturbo cognitivo lieve resta una condizione stabile nel tempo, per altre può rappresentare una fase di transizione verso un declino più marcato. È proprio questa variabilità a rendere particolarmente importante l’osservazione precoce e continuativa della condizione.

«Poiché il quadro di MCI di per sé non implica una perdita di autonomia o deficit clinicamente rilevanti, sarebbe estremamente importante poter identificare il prima possibile chi, all’interno di questa popolazione, ha un rischio elevato di sviluppare demenza e chi no», ha sottolineato Rossini.

Oltre agli aspetti clinici, lo studio ha messo in luce anche differenze rilevanti tra le popolazioni europee.

«Un dato di particolare interesse è rappresentato dalle evidenti differenze osservate tra le popolazioni del Nord Europa e quelle dell’area mediterranea», ha evidenziato Rossini. «Differenze che riguardano i profili di rischio geneticamente determinati, la presenza di amiloide nel plasma, ma anche la definizione e la stadiazione clinica del MCI e l’organizzazione dei sistemi sanitari, con importanti ricadute sulla capacità di diagnosi precoce».

Paola Landriani

Photo cover: Pexels / Anna shvets

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