Tramite lo studio del microbiota intestinale e del trapianto di cellule staminali emopoietiche si possono comprendere le complicanze e sviluppare terapie sempre più mirate nell’oncoematologia pediatrica. Parola del pediatra e dottorando di ricerca Davide Leardini.
L’oncoematologia pediatrica è un ambito in continua evoluzione, dove la ricerca gioca un ruolo cruciale per rendere le terapie sempre più mirate ed efficaci. Medico specialista in Pediatria e dottorando di ricerca presso l’Università di Bologna, Davide Leardini conduce un progetto dedicato all’identificazione di nuove sindromi genetiche predisponenti alle malattie mielodisplastiche e mieloproliferative dell’infanzia. Negli ultimi anni ha concentrato parte delle sue ricerche sulle interazioni tra microbiota intestinale e complicanze post-trapianto, in particolare sulla malattia acuta da rigetto (Graft Versus Host Disease – GVHD), contribuendo a un filone di studi che punta a rendere le terapie sempre più personalizzate.
Abilitato come professore di seconda fascia per il settore MED38 – Pediatria Generale, Specialistica e Neuropsichiatria Infantile – dal 2025, è autore di numerose pubblicazioni scientifiche su riviste internazionali e collabora a progetti di ricerca nazionali ed europei, muovendosi in un contesto fortemente orientato alla medicina traslazionale. In occasione del Congresso Nazionale AIEOP (Associazione Italiana di Ematologia e Oncologia Pediatrica) gli è stato conferito il Premio Miglior Abstract riservato ai ricercatori under40. Health Stories ha avuto l’occasione di assistere alla cerimonia ufficiale di premiazione e colto l’opportunità per intervistarlo.
Com’è iniziato il suo percorso nel campo dell’ematologia oncologica e cosa l’ha spinta a intraprendere la strada della ricerca?
Il mio percorso nell’ematologia oncologica è iniziato durante la tesi di laurea all’Università di Bologna, dopo un interesse nato frequentando le lezioni di Pediatria. Ho avuto poi la fortuna di svolgere il mio progetto di tesi nell’ambito dell’Oncoematologia Pediatrica e di incontrare professionisti e maestri che mi hanno trasmesso passione per questa disciplina e per la ricerca.
Successivamente ho avuto l’opportunità di trascorrere un periodo di ricerca in laboratorio negli USA, presso il Texas Children’s Hospital di Houston, dove ho approfondito un approccio traslazionale alla ricerca: un modo di lavorare che collega direttamente il laboratorio alla pratica clinica. Questa esperienza ha rafforzato la mia volontà di proseguire lungo la strada della ricerca.
Dopo la specializzazione in Pediatria all’Università di Bologna, ho da poco iniziato un dottorato di ricerca. Ciò che ancora oggi mi motiva a proseguire sulla strada della ricerca è la possibilità di comprendere più a fondo i meccanismi biologici che stanno alla base di molte malattie e contribuire a una conoscenza più profonda delle patologie che ogni giorno trattiamo come medici.

Qual è stato l’obiettivo principale dello studio presentato al Congresso AIEOP e quali risultati o evidenze ritiene più rilevanti?
Lo studio presentato aveva l’obiettivo di valutare la composizione e la “plasticità” del microbiota intestinale, cioè l’insieme dei batteri che popolano il nostro intestino, nei bambini e negli adulti sottoposti a trapianto allogenico di cellule staminali emopoietiche. Quest’ultimo rappresenta un trattamento potenzialmente curativo per molte malattie ematologiche oncologiche e non oncologiche, ma purtroppo ancora associato a complicanze significative.
Negli ultimi anni il microbiota intestinale è stato collegato a diverse di queste complicanze, diventando anche un possibile target terapeutico. Il nostro studio ha mostrato che le dinamiche di alterazione del microbiota dopo il trapianto sono diverse a seconda dell’età, e questo può offrire informazioni preziose per personalizzare meglio le strategie di cura. Inoltre, abbiamo confermato che, indipendentemente dall’età, un microbiota “alterato” è associato a un esito peggiore del trapianto, rafforzando l’idea che il suo ruolo sia centrale in questo contesto.
Come si inserisce questa ricerca nel panorama attuale delle nuove strategie terapeutiche per i pazienti pediatrici?
La nostra ricerca si colloca in un contesto di grande sviluppo delle strategie terapeutiche basate sul microbiota, come ad esempio il trapianto di microbiota intestinale, attualmente in studio nel nostro e in altri centri. Esistono già dati che suggeriscono un potenziale beneficio per i pazienti, ma i criteri individuali di risposta, come ad esempio l’età del ricevente, e l’impatto microbiologico di queste strategie devono ancora essere definiti con precisione. Un aspetto innovativo del nostro studio è l’aver analizzato, per la prima volta, una coorte mista di adulti e bambini dello stesso ospedale. Questo approccio ha permesso di ridurre possibili bias legati a differenze ambientali o organizzative, offrendo un confronto più solido tra le diverse fasce d’età, dato che mancava nella letteratura internazionale.

La premiazione al Congresso AEIOP
Quali sono le maggiori sfide e le maggiori motivazioni per un giovane ricercatore che sceglie di lavorare in ambito oncoematologico?
Partirei dalle motivazioni, perché senza quelle è difficile scegliere un ambito complesso come l’oncoematologia. Tra le motivazioni principali c’è la possibilità di comprendere in modo sempre più approfondito i meccanismi che stanno alla base delle malattie che trattiamo, con l’obiettivo di migliorare concretamente la qualità delle cure. C’è poi l’entusiasmo di lavorare su dati e risultati che nessuno ha mai analizzato prima, in un contesto internazionale ricco di collaborazioni che rende questo lavoro stimolante e dinamico. Le sfide, però, non mancano. Tra le principali ci sono la limitata disponibilità di contratti di lavoro per i ricercatori e per i collaboratori, e la carenza di fondi dedicati in modo specifico alla ricerca. Sono aspetti che rendono il percorso complesso, ma che non spengono la motivazione di chi sceglie questa strada con convinzione.
Guardando al futuro, quali direzioni o ambiti di approfondimento la interessano maggiormente per proseguire il suo percorso scientifico?
Gli ambiti che mi interessano maggiormente e che spero di continuare ad approfondire sono il trapianto di cellule staminali emopoietiche, le alterazioni del microbiota in questo contesto e le condizioni genetiche che predispongono all’insorgenza di patologie oncologiche pediatriche. In particolare, mi appassiona un approccio di ricerca traslazionale che parte dall’osservazione del paziente, viene approfondito in laboratorio e torna poi al letto del paziente sotto forma di strategie terapeutiche sempre più mirate e personalizzate.
Tutte le foto sono fornite da Davide Leardini

